Se fosse individuato attraverso l’impronta appena trovata sulle buste recapitate a due circoli bolognesi del Pd (quelli di San Ruffillo, che si trova in via Battaglia, e di Pontevecchio, in via Ortolani), l’autore del dossier anonimo contro Virginio Merola non rischia poco. I reati che potrebbero essergli contestati comprendono la calunnia, la diffamazione, la simulazione di reato e la lesione dei diritti politici. Il primo è il più grave e prevede, codice di procedura penale alla mano, una pena che va dai due ai sei anni di reclusione mentre gli altri oscillano tra gli uno e i cinque.

Prima di arrivare a questo punto, però, occorre trovarlo il “corvo” anti-Pd. Nelle mani degli investigatori c’è dunque una singola impronta che ricorre più spesso delle altre quaranta repertate sulle tredici buste e altrettanti fogli consegnati alla procura della Repubblica di Bologna dal legale di Virginio Merola, l’avvocato Vittorio Manes. “Che sia il corvo o anche solo il postino che ha recapitato i dossier è un’ipotesi investigativa da verificare”, dice il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini. “Con quell’impronta adesso dobbiamo compiere ulteriori accertamenti”.

Ma cerchiamo di ricapitolare questa vicenda che ha contribuito a invelenire la campagna elettorale per la proclamazione del nuovo sindaco della città. A inizio anno, tre settimane prima delle primarie, alle redazioni dei giornali bolognesi, alla procura e alle sedi cittadine del Pd era stato recapitato un plico che conteneva sei pagine scritte fitte in cui si sciorinavano presunte malefatte del candidato Merola e del suo entourage.

Le insinuazioni che intessevano il racconto erano molte, ma nessuna suffragata da fatti o riferimenti. E i magistrati bolognesi che hanno aperto un fascicolo – insieme a Giovannini indaga il pubblico ministero Giuseppe Di Giorgio – si sono concentrati sulla gestione delle case Acer e in particolare su Gigliola Schwarz, dipendente dell’Azienda casa Emilia Romagna, moglie di Claudio Mazzanti, l’ex presidente del Navile che era tra i bersagli del dossier.

Nello specifico, gli inquirenti stanno verificando, anche attraverso documentazione acquisita della guardia di finanza, il percorso professionale della donna all’interno dell’Acer e le procedure di assegnazione delle case, andate anche alla coppia Schwarz-Mazzanti. La quale si era difesa ricostruendo uno storico delle abitazioni.

Ma questo primo dossier senza firma non è stato l’unico. Valter Giovannini già aveva raccontato al Fatto che in questi primi mesi del 2011 in piazza Trento e Trieste, sede della procura, ne erano giunti molti. Un secondo anonimo iscritto a registro a “modulo 46”, come si fa in questi casi, aveva riguardato ancora l’Acer e i rapporti con il consorzio artigiano Cipea, con Acer Manutenzioni (partecipata al 51 per cento da Acer, il restante è del Cipea) e con un’altra serie di realtà attive sul territorio. Le insinuazioni, questa volta, riguardavano presunte commistioni di cariche, incarichi, lavori e compensi gestiti sempre dagli stessi referenti.

Infine c’era stato un terzo episodio, per quanto diverso nei contenuti e nel bersaglio. Quello di fine marzo è contro Gilberto Sacrati, patron della squadra di basket Fortitudo, e riguarda i 6 milioni e 400 mila euro di buco per i lavori di ristrutturazione del Paladozza. In questo caso, si tratta di denaro proveniente da un mutuo sottoscritto da un’associazione temporanea di imprese con la Fortitudo capofila per la ristrutturazione del palazzetto dello sport. Mutuo che il Comune di Bologna ha dovuto rifondere al credito sportivo perché firmataria della garanzia fidejussoria.

Al momento, dei dossier e dei relativi fascicoli d’indagine aperti, sembra si sia giunti a tirare le fila del primo, quello contro Merola. Che fin dall’inizio non c’era stato a subire in silenzio gli assalti degli anonimi e aveva reagito presentando un esposto in procura perché si ricercassero elementi utili all’individuazione dello scrivente, comprese tracce di Dna e di impronte. Ora che l’impronta c’è, occorre capire se e come raffrontarla.