L’agnello di Dio, per i cristiani, con loro gioia infinita, è risorto e le campane di Santa Croce, sabato allo scoccare della mezzanotte, hanno scampanato per la sua pasquale libertà dalla morte.

Da ateo ho sentito vibrare in me quel segno di un’altra collettività che si ritrova nella speranza di un mondo, con il suo Cristo risorto, lontano da angeli sterminatori, capaci di selezionare chi muore e chi vive, chi parla e chi tace. A quel punto, entrando nella mia cucina di casa, ho come d’istinto aperto il frigorifero dove, con mia grande sorpresa, un amico pastore mi ha fatto trovare un piccolo coscio di agnellino da latte. Ho alzato gli occhi al cielo e l’ho ringraziato con la mente e con il cuore per quel dono insperato.

Domenica mattina, mentre gli altri della mia famiglia si affaccendavano in riordini pasquali, ho deciso di cucinarlo con una vecchia ricetta, ripetuta per anni e anni di quotidiano lavoro e poi d’un tratto scomparsa, senza alcun motivo e tanto meno senza alcuna intenzione di dover mondare presupposti peccati. Sapevo in quel momento che difficilmente, per mia pavidità, ve ne avrei saputo parlare, così come invece ve ne sto parlando, per intimo desiderio di non volere provocare chi, nelle uccisioni di animali, vede per propria sensibilità, un orrore imperdonabile.

Sì, sono sempre più bisognoso di condivisione in questi ultimi vent’anni. Evito perciò spesso e volentieri di confessarvi – con il parlarvi di frittate di bietole e cipolle – il mio parco ma infinito amore per le carni di ogni genere.

Con un coltellino ben affilato, partendo dal garretto, ho inciso il coscio d’agnello a cui, per generosità, era stato lasciato quasi metà del costato. Con attenzione che pare difficile senza esserlo, l’ho con pazienza disossato e, aprendo a libro le parti più carnose, ho formato un compatto rettangolo di carni appoggiato sul marmo di cucina, con la parte disossata rivolta verso l’alto. Ho tagliato a fette finissime il giovane rognone, senza privarlo del suo succulento grasso, e l’ho disposto in fila nel centro delle carni salandole e pepandole in abbondanza. Ho continuato a farcirlo con una decina di fettine fini e sottili di scorza di limone a cui ho aggiunto prezzemolo tritato e carciofi ben mondati, spaccati in quattro e sovrapposti in un fittissimo e abbondante testa su gambo. Aglio tritato generoso, tutto sempre per la lunghezza centrale delle carni. Ho poi cominciato a rotolarle per farne un rocchio, iniziando dalle parti più sbrindellate e per chiudere il cilindro con la parte rimasta intonsa (quella del sottopelle) che, vedrete, formerà dal garretto all’ultima costola un cilindro del diametro di 8/10 centimetri. Prevedendo che avremo mangiato intorno alle due, sull’Urbi et Orbi, l’ho messo in forno a un fuoco dolce, sapendo che dopo un’ora e venti minuti avrei alzato le temperature al massimo, usando il grill per arrosticciolare in poco tempo, prima da una parte e poi dall’altra, tutto il coscio d’agnello disossato e farcito di carciofi. I piselli, quelli alla fiorentina, tirati su con prosciutto, aglio fresco, prezzemolo, pepe e olio a crudo, li avrebbe portati mia madre. Il silenzio è riapparso mentre la televisione mi mostrava un Papa che pregava per le attuali persecuzioni dei cristiani. “E gli altri?” è stato il mio commento. “Le donne, i bambini, i bombardati di tutte le guerre? I trucidati perché omosessuali?”. Poi Benedetto XVI ha cominciato a parlare di immigrazione, e lì il mio dispetto si è placato per la precedente poco cristiana specifica intorno solamente ai cristiani.

Ho servito l’agnello caldo color nocciola suddividendolo in otto cilindretti, messi nel piatto a capo all’in sù, mostrando così la farcitura con accanto i piselli freddi a temperatura ambiente con l’olio e il grasso dell’arrosticciolatura che incontrava l’intonso olio della stufatura.

Buona Pasqua a tutti, ma proprio a tutti.