Misurata – I combattimenti continuano. Il Tameen building, il palazzo più alto della città, dove per settimane i cecchini del colonnello hanno sparato indiscriminatamente, è conquistato. Sul tetto, appostati, ci sono adesso i cecchini dei ribelli, con i loro fucili di precisione del 1970. Saliamo gli 11 piani di scale scortati da ragazzoni armati di kalashnikov che ad ogni finestra si fermano per controllare la situazione. Poi, quando con la mano arriva il cenno, si corre alla prossima rampa di scale e così via fino al tetto. La bandiera della rivoluzione sventola alta, mentre i colpi di mortaio scuotono l’aria. “Ci sono almeno 50 miliziani di Gheddafi dentro il mercato della frutta – dice Ibrahim, un ragazzo di 22 anni che fa avanti e indietro con la sua macchina per rifornire di munizioni i compagni sull’edificio – non si sono ritirati. E non si ritireranno, perché in quel caso morirebbero sotto il nostro fuoco”.

L’ospedale pubblico, il “Central hospital of Misurata” è alla fine di Tripoli street. È lì che si annida il grosso delle truppe di Gheddafi. Per arrivare nell’area l’unico modo è l’ambulanza. Alla clinica dove vengono portati morti e feriti dell’esercito dissidente salto su un mezzo con due dottori, che è appena tornata dal fronte. Qualche minuto per permettere all’autista di ripulire dal sangue la barella e il pavimento del mezzo e via di nuovo in prima linea. Percorriamo le strette strade attorno a Tripoli street con le sirene spiegate e l’autista, dal megafono, che urla per farsi sentire meglio dai ragazzi ai check-point che alzano la sbarra della corsia preferenziale per i mezzi di soccorso. In 10 minuti siamo al “Faculty of Medical Technics”. Era una scuola, che in questa mattina di sangue è diventata un campo di battaglia. Il dottore mi avvisa subito: “Se entri non possiamo garantire per la tua incolumità, perché all’interno del campus la battaglia è molto violenta”. Me ne accorgo appena varco il buco nel muro bianco. I pick-up con le mitragliatrici di stampo sovietico sparano senza sosta. Gli shebab, i ragazzi, come si chiamano tra loro i ribelli, sono appostati dietro mura di cemento e sabbia.

Mentre Mohamed mi spiega che “ci sono un centinaio di soldati annidati nell’ultima palazzina prima di Tripoli street”, un colpo di mortaio esplode sul tetto della casa che ci offre riparo. I ribelli si alzano al grido di Allah akbar e sparano senza controllo interi caricatori di proiettili. Ad un centinaio di metri i soldati urlano. Quattro di loro sono a terra feriti. Una decina di ribelli armati si sdraia a terra lungo il percorso che i dottori devono compiere per arrivare a raccogliere i feriti. Mentre i paramedici con le barelle scattano velocemente nelle zone aperte tra un edificio e l’altro, i giovani con il kalashnikov li proteggono sparando raffiche nella direzione da cui arrivano gli spari. Ci vogliono almeno 20 minuti per recuperare i corpi dei quattro, a meno di 300 metri dalle ambulanze e uscire dall’inferno della “Faculty of Medical School”.

Uno dei quattro non riesce neppure ad arrivare all’ambulanza. I proiettili lo hanno colpito allo stomaco e alla testa. È morto senza che i dottori potessero provare a rianimarlo. Gli altri tre sono in una pozza di sangue. L’ambulanza parte di nuovo con le sirene spiegate. Dietro, mentre a tutta velocità percorriamo la strada verso l’ospedale, i dottori cercano di rianimare il ferito con un massaggio cardiaco. Le urla sono frenetiche. La corsa dura 15 minuti. All’ospedale ci attendono centinaia di persone. Ognuno vuole fare qualcosa e tutto finisce in una grande confusione. Dalle 8 di mattina, all’ospedale, sono arrivati 14 morti e oltre 50 feriti. Dentro al palazzo in cemento della clinica Alhikma non c’è più posto ed i feriti vengono spostati con barella e flebo nella tenda solitamente usata per la preghiera. Le ambulanze continuano a portare cadaveri e feriti.

La battaglia, dicono i dottori a bordo, è ancora in corso. Festeggiamenti per il ritiro delle truppe di Gheddafi, a Misurata, per adesso non se ne vedono.