di Nicola Gardini*
Maf
è enciclopedico. Le sue riflessioni inglobano ricordi letterari e filosofici che coprono tutto l’arco della cultura occidentale: da Omero a Freud e oltre. Preferisce la prosa alla poesia, roba da gatti, e si intende di arte e di musica. Cita spesso e volentieri Aristotele, ma la sua passione è Plutarco. Maf è proprio un cane speciale. E dire che è solo un terrier maltese, tra i cani più piccoli al mondo. La sua storia comincia in Inghilterra, in un ambiente non qualunque, la casa di Vanessa Bell a Bloomsbury. In America finisce tra i cani della signora Gurdin, l’antipatica madre di Natalie Wood. Frank Sinatra lo nota e lo regala alla sua amica Marilyn Monroe, che subito se ne innamora e lo chiama Mafia Honey (in omaggio, probabilmente, alle equivoche frequentazioni del donatore). Siamo nell’autunno del 1960. Marilyn Monroe ha ancora meno di due anni da vivere.

Questo sublime declino è raccontato dallo scrittore scozzese Andrew O’Hagan, con la voce dello stesso Maf, nel romanzo The Life and Opinions of Maf the Dog and of his friend Marilyn Monroe (McClelland & Stewart, pagg. 288, $ 29,99; in libreria da noi a luglio per Fazi). Opera raffinata, frivola il giusto, che sta avendo grande successo in Inghilterra. O’Hagan cominciò a far ricerche sul candido Maf dopo che due Polaroid in cui è ritratto con la diva furono vendute da Christie’s, nel 1999, per 220mila dollari. Marilyn gli era sempre stata simpatica, ma da quel momento si sentì davvero motivato a parlarne, perché aveva trovato la voce con cui farlo.

Il romanzo, però, non è affatto un monumento a Marilyn Monroe. Forse non è neppure un romanzo. Un romanzo sarebbe arrivato alla scena della morte. Invece Maf si ferma prima. Un romanzo avrebbe anche indagato il problematico rapporto tra Marilyn e il nuovo presidente americano. Invece sorvola. Che i misteri restino misteri! Anche le apparizioni della diva (le sue sedute psicoanalitiche, le sue prove all’Actors Studio, le sue conversazioni, i suoi viaggi) lasciano un senso disorientante di incompletezza. Questa Marilyn è costruita perché sappia sparire dietro se stessa. Quando parla, parla degli altri, mai di sé; le sue affermazioni sono interrogativi. Tanta modestia sembra humour. Invece, credo che O’Hagan voglia che la interpretiamo per insicurezza. Marilyn, che pure è la protagonista, risulta una figurante; una incapace di sostenere la parte che continuiamo ad attribuirle. Solo Maf sa capirla.

Alla fine – e questa è la bellezza del libro – qui abbiamo una voce narrante, sofisticata e acrobatica, dotta e mondana, che riesce a passare dalla scena al commento al dialogo con una disinvoltura da maestro. Il chiacchiericcio è vertiginoso; confonde; lancia oggetti, persone e nomi in un vortice centrifugo. Ma un punto resta sempre fermo, un occhio centrale, divinamente aperto, che tutto osserva e giudica: la letteratura, di cui lo stesso Maf, avatar postmoderno dell’Argo omerico, è composto. O meglio la lettura. La Marilyn Monroe che incontriamo in queste pagine è prima di tutto una lettrice. E Maf un estimatore della buona prosa. Mi pare che tra i suoi modelli svetti Christopher Isherwood. Anche Capote gli piace, ma non esita a rinfacciargli i debiti che ha contratto con altri (Colette, per esempio). Maf sa anche di essere uno dei tanti cani celebri e dei tanti animali parlanti che hanno segnato la storia. E sa pure che gli umani si sbagliano a credersi superiori a qualunque altra forma vivente. Le tirate antiantropocentriche si sprecano. Clamoroso un attacco al razionalismo cartesiano, che in effetti, per quanto scontato sia all’interno di una narrazione del genere, offre argomenti inoppugnabili.

O’Hagan voleva scrivere una difesa della formazione letteraria e per riuscirci (e quanto ci è riuscito!) ha scelto due portavoci d’eccezione come un cane e la star più iconica del cinema. Una delle scene fondamentali del libro, sfuggita a tutti i recensori, è quella in cui Irving Howe, Lionel Trilling ed Edmund Wilson, i massimi critici americani del momento, si incontrano a un party e si mettono a discutere sulla natura del romanzo.

Che cosa c’è dietro tanto interesse per la letteratura? La volontà di vivere bene, di darsi la felicità. E Marilyn, attaccata alla bottiglia, attaccata a un interminabile Dostoevskij, è lì a dimostrarlo.

*Docente all’Università di Oxford

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2011