Dopo trent’anni di soggiorni obbligati per la prima volta un sindaco si ribella al trasferimento di un camorrista sorvegliato speciale, trovando il  sostegno delle istituzioni locali. A Bomporto, piccolo comune della Bassa modenese, viene dichiarato ufficialmente non gradito Egidio Coppola, uscito dal carcere di Piacenza dopo aver scontato una condanna a sette anni nel processo Spartacus.

Quando si è sparsa la voce che il gestore del racket dei casalesi a Castelvolturno, ancora due anni fa in regime di 41/bis, si trovava nella frazione di Sorbara ospite di amici e parenti, il sindaco Alberto Borghi del Pd è intervenuto per dire basta. Lo ha fatto dopo un colloquio col procuratore capo di Modena Vito Zincani e l’aggiunto Lucia Musti e prima della decisione del tribunale di sorveglianza sul soggiorno obbligato di Coppola, in programma il 28 aprile.

Borghi, 41 anni dei quali 15 spesi in politica (prima consigliere e poi assessore alla cultura), ha visto crescere la densità mafiosa di queste zone e non ci sta “a rischiare di destabilizzare ciò che si era fatto negli ultimi anni a livello di azioni antimafia. In accordo col sindaco di Modena Giorgio Pighi e il presidente della Provincia Emilio Sabbatini abbiamo richiesto l’immediata attivazione del tavolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, affinché le Istituzioni preposte si attivino in tempi brevi ed evitino che questa persona rimanga sul territorio”.

Una presa di posizione che non avrà effetti concreti nella lotta alle mafie, anche se dovessero spostare Coppola di un centinaio di chilometri (l’alternativa sarebbe Piacenza), ma è sintomo di una maggiore consapevolezza del fenomeno. Le campagne divorate dal cemento tra le province di Modena e Bologna sono considerate dall’antimafia speculari al triangolo di Casapesenna, Casal di Principe e San Cipriano, cuore del Clan dei casalesi. A Sant’Agata Bolognese due anni fa decine di casertani inferociti assaltarono la caserma dei carabinieri per chiedere la liberazione del nipote del boss Luigi Venosa, Gianluca Simonetti, in arresto per il pestaggio di un giovane senegalese. A Bastiglia, tre chilometri a sud di Bomporto, con un soggiorno obbligato nel 1990 ebbe inizio la dominazione del capozona di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone.

Raffaele Diana, condannato all’ergastolo nel processo Spartacus e catturato nel 2008 in un bunker a Casal di Principe, ha gestito videopoker truccati, traffico di droga e armi, estorsioni ai conterranei ma anche società edili per riciclare e spartirsi la torta degli appalti. Questa era la colonia Modena che la struttura piramidale del Clan aveva affidato a Diana, spazzata via la concorrenza della mala del Brenta di Felice Maniero e della fazione casalese perdente dei De Falco.

Arrestato la prima volta nel 2000 per estorsione, il boss evase dal carcere grazie a una licenza premio e inviò un commando a gambizzare Giuseppe Pagano, costruttore di Castelfranco di origini casertane ‘reo’ di aver testimoniato al processo contro di lui. Mentre Diana era latitante i fedelissimi, come gli autori dell’agguato Antonio e Vincenzo Noviello o gli esattori del pizzo Nicola Nappa e Antonio Pagano, dettavano legge da dietro le sbarre. Nel 2008 furono sorpresi a corrompere secondini per comunicare ai ‘paesani’ e a minacciare l’allora magistrato di sorveglianza Angelo Martinelli: ”Quello non ne vuole sapere proprio dei Casalesi – diceva Pagano intercettato – lo dobbiamo mettere con la testa sotto, deve passare quel guaio”. Il quartetto ha ottenuto dal collegio presieduto da Flavio De Santis un patteggiamento a due anni di pena.

Con 44 ordini di custodia cautelare due anni fa i carabinieri di Modena hanno decapitato quella generazione di affiliati e sequestrato beni e imprese per 20 milioni di euro riconducibili a Raffaele Diana, intestate al cugino Felice Pagano.

Anche l’attuale reggente del Clan Michele Zagaria muove i tentacoli in Emilia. Da Parma il fratello Pasquale, vera anima finanziaria, era partito per una speculazione a Milano assieme al costruttore parmigiano Aldo Bazzini, primo imprenditore del nord a subire una condanna per associazione mafiosa. Con un finanziamento milionario di Unicredit avrebbero ristrutturato il capannone ex Mondadori di Santa Lucia, in zona Navigli, se non fosse intervenuta l’antimafia napoletana.

Ma le tracce di Zagaria restano anche nel fazzoletto di terra tra Sant’Agata e Bomporto, nella città di Nonantola. A due passi dall’antica Abbazia benedettina la squadra Mobile ha scovato la base del gruppo di estorsori comandato da Alfonso Perrone e Sigismondo Di Puorto (legato al figlio di Sandokan Nicola Schiavone), condannati il mese scorso a 7 anni di carcere.

Perrone viveva in una villa-bunker, anonima dall’esterno e hi tech all’interno tra vetri scuri, scanner per intercettare la polizia e garage segreto, con l’ immancabile sfarzo al piano superiore fra marmi romani, solarium e trono con braccioli dorati. Intercettato, si vantava di avere al fianco un sedicente.  “Michele Zagaria, amico di tutti” ma l’antimafia non lo ritiene credibile. E’ invece blindata da 16 arresti operati l’anno scorso nel Casertano l’ attendibilità di Raffaele Cantile, imprenditore originario di Casapesenna vittima di un’estorsione commessa direttamente dagli Zagaria. Cantile è uno dei giovani soci della Pi.Ca costruzioni di Nonantola, ditta in grado di aggiudicarsi in pochi anni appalti milionari, erigere un locale alla moda a Bomporto e alberghi in joint venture con Arts srl della famiglia Marazzi.

Il costruttore denunciò di aver subìto minacce da sgherri di Michele Zagaria e del fratello Carmine, nonchè di essere stato schiaffeggiato in un bar di

Casapesenna dall’anziano padre Nicola, ora ai domiciliari. Gli importanti risultati ottenuti nei confronti dell’ala militare dei Casalesi non hanno però frenato la penetrazione nell’economia in tempo di crisi, soprattutto delle cosche crotonesi che dominano Reggio Emilia (con l’alleanza fra le ‘ndrine Grande Aracri e Nicoscia) e sono presenti anche nel Modenese.

La geografia del crimine ha assegnato il distretto ceramico agli Arena-Gentile, che cinque anni fa fecero saltare in aria l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo dopo la scoperta di una evasione di Iva da 94 milioni di euro. Un atto eclatante che l’estate scorsa ha consentito ai carabinieri di Modena di scoperchiare il vorticoso giro di società e fatture false tra Paolo Pelaggi (titolare della Point One informatica di Maranello e autore dell’attentato dinamitardo) e il commercialista svizzero Sergio Pezzati, imputati di truffa allo Stato e reinvestimento dei proventi della cosca madre. I referenti, Fabrizio Arena e Franco Pugliese, sono già coinvolti nell’inchiesta del procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo sul riciclaggio di Telecom Sparkle Fastweb e sulle schede false in Germania per l’elezione del senatore del Pdl Nicola Di Girolamo.

La vicenda, insolita per una ‘ndrangheta silenziosa e affarista, è uno spaccato delle mafie ‘spa’ quotate dai colletti bianchi. In un panorama di palazzi invenduti, alberghi vuoti, attività strapagate cash e società monouso, è allarmante il dato raccolto dalla Dia: in Emilia le segnalazioni per operazioni sospette provengono al 91% da soggetti obbligati, quali banche ed Enti pubblici, solo una segnalazione dalle agenzie immobiliari, una dagli avvocati, due dai notai, sei da imprese ed enti assicurativi, nessuna dall’intermediazione immobiliare.

Ma qualcosa sta cambiando. A Reggio Emilia negli ultimi mesi il Prefetto Antonella De Miro ha revocato una quindicina di certificati antimafia e il presidente della Camera di Commercio Enrico Bini ha introdotto la condivisione delle visure camerali delle imprese. A Modena, su proposta del presidente dell’ordine degli Ingegneri Pietro Balugani, è stata varata la prima carta etica delle professioni che prevede la radiazione degli associati condannati e la sospensione degli indagati. Anche la partecipazione ai dibattiti di Rete Viola, Agende Rosse e Libera è crescente. Il mese scorso, nella giornata nazionale in memoria delle vittime di mafia, centinaia di giovani hanno colorato il centro modenese per suonare la sveglia a istituzioni e società civile.