Un attentato in grande stile. Sarebbe stato questo l’obiettivo della cosca Lo Giudice e non quel bazooka indirizzato al procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere che nei giorni scorsi è stata emessa dal gip di Catanzaro contro i presunti responsabili della strategia della tensione mafiosa. È lo stesso Nino Lo Giudice, indicato dagli inquirenti come il “regista” delle bombe alla Procura generale della città dello Stretto, a raccontare il progetto di attentato al procuratore capo di Catanzaro Vincenzo Lombardo.

Non volevano morti. Ma solo mettere pressione sulla magistratura reggina che, nei mesi precedenti, aveva arrestato il boss Luciano Lo Giudice, fratello del collaboratore di giustizia e noto imprenditore dal cognome pesante che, a Reggio, rievoca le “tragedie” della seconda guerra di mafia. Qualcosa non è andato per il verso giusto. Antonio Cortese, l’armiere della cosca, si sarebbe fatto partire un colpo dal bazooka monouso che, acquistato da un tale Antonino Pricoco, a quel punto poteva essere “utilizzato” solo per lanciare messaggi inquietanti. Sembrerebbe che gli investigatori abbiano sentito un boato qualche notte precedente al 4 ottobre. Nessuno è mai riuscito a capire cosa fosse successo.

“Lo Giudice Antonino – scrivono i giudici – ha affermato di aver consegnato al Cortese un bazooka carico, da utilizzare contro il Centro direzionale (sede degli uffici della Procura della Repubblica) a scopo dimostrativo, senza provocare danni a persone. Il Lo Giudice ha affermato che l’arma sarebbe stata collocata nel luogo in cui è stata rinvenuta sette-otto giorni prima del rinvenimento stesso e che egli l’aveva consegnata al Cortese” il quale “aveva confessato che gli era partito un colpo accidentalmente. Per questo motivo gli intimava di spostare l’arma o farla ritrovare”.

Intanto, ieri mattina un altro blitz della Mobile ha stroncato sul nascere le nuove leve della cosca Lo Giudice. Dodici persone hanno varcato le porte del carcere di San Pietro. Tutti soggetti ritenuti affiliati alla cosca Lo Giudice. Per loro l’accusa è di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina, intestazione fittizia di beni, armi, anche da guerra, ed esplosivi.

In manette anche una donna rumena, Madalina Turcanu, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa. È stata scovata in Spagna, a Barcellona, grazie alla collaborazione tra gli uomini di Renato Cortese e l’Interpool. La Turcanu era la donna di Luciano Lo Giudice e aveva il compito di mantenere i contatti tra il boss e i sodali della cosca. Un linguaggio criptico quello utilizzato dai due per evitare di essere capiti. Dalle lettere, però, traspare tutta l’inquietudine di un boss che, chiuso in gabbia, lancia minacce.

“Parla con il Super – scrive Luciano a Madalina – e gli dici di andare dal padre di Ombre e ricordare che da sei mesi che sono chiuso come un cretino, di farsi dare notizie ben precise e muoversi, che qui non si può più stare, di fargli sapere che tutte queste cose che stanno facendo contro di me lui lo sa molto bene il perché e chi ha creato tutto questo per andare nel culo a lui e i suoi….Adesso voglio solo che mi fa sapere quando finirà tutto questo labirinto! Gli dici di dirgli al padre di Ombre che gli conviene di muoversi al più presto perché più sono qui, qui mi incazzo e più quando esco me la prendo con lui, questo che sia ben chiaro”.

L’inchiesta della Mobile ha svelato anche la disponibilità di armi della famiglia Lo Giudice. I consiglieri del boss erano i due cognati Giuseppe Reliquato e Bruno Stilo che, stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nino Lo Giudice, avevano rispettivamente con il grado di Vangelo e Santista. Sono Reliquato e Stilo, infatti, che consigliano al boss di non accettare l’invito della cosca Fontana-Saraceno a dare  una “lezione” al direttore della Leonia, Bruno De Caria.

Una cosca, quella dei Lo Giudice, capace di rigenerarsi. Le nuove leve crescono in fretta. Tra gli arrestati anche i nipoti dei capi cosca: Giuseppe Lo Giudice, di 23 anni, Salvatore e Fortunato Pennestrì, di 21 e 36 anni. Proprio quest’ultimo ha dimostrato grande capacità di imporsi conservare il predominio della propria attività commerciale, una ditta di imballaggio, in un territorio di competenza della cosca Rosmini. In sostanza, i due fratelli Pennestrì hanno avuto la meglio al termine di un’accesa discussione con un noto esponente della altra famiglia mafiosa. L’operazione di ieri ha portato anche al sequestro di beni, per un valore di 3 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi all’impero che era stato già strappato alla cosca Lo Giudice nei mesi scorsi. La squadra Mobile, infatti, ha applicato i sigilli a due appartamenti e due attività commerciali.