Vorrei che leggeste questa lettera che è arrivata alla redazione de Il Fatto Quotidiano per il mio articolo pubblicato il 10 aprile 2011 sulla storia di Katia. E la risposta che ho dato all’ufficio stampa di Italia Lavoro.

Gentile Direttore,

In relazione all’articolo pubblicato dal suo giornale il 10 aprile, si precisa quanto segue.
Italia Lavoro – Società totalmente partecipata dal Ministero dell’Economia che opera per legge come ente strumentale autonomo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – non ha inviato alcuna lettera di cessazione del rapporto di lavoro; si è trattato, invece, di una comunicazione concernente l’impossibilità a proseguire il rapporto di collaborazione, a seguito della contestazione circa la natura giuridica della collaborazione a progetto in essere.
Quindi l’Azienda si è trovata costretta a prendere atto del venir meno dell’accordo e a tutelare le sue prerogative, indipendentemente da particolari situazioni soggettive.
Italia Lavoro si rammarica del fatto che in una fase così delicata per l’occupazione e mentre sta effettuando un’opera di riorganizzazione delle sue attività, vengano diffuse informazioni errate e allarmistiche che generano solo instabilità nell’Azienda.

Cordiali saluti

Ufficio stampa Italia Lavoro SpA

La mia risposta:

Pensavamo che Italia-Lavoro, molto saggiamente, dopo aver sfregiato il suo stesso nome (e la propria finalità istituzionale) mandando dopo quattro anni a casa una ragazza, Katia, perché incinta (ancora 20 giorni e sarebbero stati costretti a garantirle la maternità) dopo l’articolo in cui il Fatto raccontava questa grottesca storia, avesse avuto, perlomeno, l’intelligenza di tacere. Invece sbagliavamo. Ieri – dopo sei giorni! – ci è arrivata questa squallida letterina, che (se non fosse tragica) sarebbe un meraviglioso saggio di autosatira sul caporalato nell’Italia contemporanea.

Già. Non si tratta di “licenziamento”, quindi. Ma – meraviglie del neoburocratese nel terzo millennio – “di una comunicazione di impossibilità a proseguire il rapporto”. Per fortuna che questa lettera non é firmata con un nome e un cognome. Perché la morale non cambia: Katia se ne resta a casa con il suo bambino, senza soldi e – ovviamente – disoccupata, dopo quattro anni di sfruttamento con orari d’ufficio. E i conclamati citrulli che hanno dettato questa letterina, si salvano dal ridicolo grazie all’anonimato. Che pena questo Paese, che vergogna questi dirigenti burocrati con il culo in caldo, la quattordicesima pagata da noi, e tuttavia incapaci di un dignitoso silenzio.