Con il Papa non si può parlare di sogni, dell’Edipo o dei desideri non realizzati, men che mai della sfera sessuale. A mettere in guardia lo psicanalista interpretato da Nanni Moretti in Habemus Papam è il cardinal Gregori del bravissimo Renato Scarpa.

Eppure la sensazione che ha impedito al neo-eletto Melville di raggiungere la Loggia delle Benedizioni non è dissimile dall’ansia da prestazione (anche da esame scolastico, fa lo stesso): un violento scherzo della mente capace di irrigidirgli il corpo, un blocco emotivo che gli impedisce di fare un solo passo in più. Sebbene non abbia alcun problema con la fede, quest’uomo che all’improvviso si scopre Dio in Terra non può mostrarsi ai fedeli, farsi riconoscere, consegnare la sua immagine al mondo. In un momento di immobilità del pensiero e del fisico, l’unica reazione possibile è un grido isterico e raggelante.

Stando all’ultimo Moretti, una volta chiuso a chiave nella Cappella Sistina, ogni cardinale prega per non essere eletto nuovo successore di Pietro. Dimenticate pure gli alti prelati sgomitanti e le eminenze rosse che dal Richelieu di Alexandre Dumas arrivano ai pretazzi di Dan Brown: nessuno di questi teneri vecchietti porporati vuole diventare il Santo Padre. L’ansia da santificazione è dunque diffusa, riguarda tutti, non solo il Melville del sublime Michel Piccoli; nemmeno il Pescardona di Camillo Milli, uno a cui piace vincere ad ogni costo, vuole tanta responsabilità. Fatto il Papa, ciascuno di loro vorrebbe tornare alla normalità, tra una mostra di Caravaggio, una colazione a Borgo Pio e qualche goccia di tranquillante. Ma Melville non ce la fa. Con la carica eversiva del bambino che punta i piedi per non entrare in classe, mette in crisi la macchina ecclesiastica, immobilizza il mondo intero.

Dopo un’opera pesantemente fiammeggiante e arzigogolata come Il caimano, Nanni Moretti dirige uno dei suoi film più belli e compatti, un racconto colmo di riflessioni sulla fragilità umana, sullo scollamento tra identità personale e ruolo sociale, sfera intima e pubblica. Con la semplicità e il tocco delicato dei maestri, si alternano gli sguardi dello psicanalista, di Melville, del portavoce vaticano (il kieslowskiano Jerzy Stuhr): punti di vista distanti – dal comico al tragico – ma perfettamente convergenti al cuore di un lavoro imperniato sui temi della responsabilità e dell’onestà. Verso gli altri sì, ma prima verso se stessi: ecco l’enorme carica morale di Habemus Papam.

Mediante le collaudate metafore di una poetica inimitabile – l’agone sportivo, il dolce che cura i deficit affettivi, la leggerezza e l’ironia surreale – seguiamo Melville e il suo girare a vuoto in una Roma benevola e solare, le soste in un bar o in un negozio, il bellissimo viaggio sul tram in cui uno degli uomini più potenti del mondo viene scambiato per un vecchio squinternato che, parlottando tra sé, santifica il nulla.