Pietro Barcellona è intellettuale di spicco nella storia della sinistra italiana. E’ docente universitario, ha diretto l’Istituto Gramsci ed è stato parlamentare del Pci ai tempi di Enrico Berlinguer.

In questi ultimi anni Barcellona ha attraversato una fase di cambiamento, si è avvicinato alla Fede e ha assunto posizioni che possono sorprendere. Su questi temi non vi è materia di discussione, attengono alla sua libertà di pensiero e si può solo prenderne atto.

Il professor Barcellona da qualche tempo collabora con il quotidiano catanese La Sicilia, il giornale diretto e posseduto da Mario Ciancio Sanfilippo, il potente imprenditore catenese recentemente indagato dalla Procura etnea per concorso esterno in associazione mafiosa. Una circostanza questa che non sembra aver creato il minimo imbarazzo in Barcellona. Anche questo è affar suo. Ognuno, si potrebbe dire, sceglie di finire dove meglio crede, anche se il trasferimento del suo pensiero dalle pagine di Rinascita a quelle del giornale di un personaggio indagato per fatti di mafia può apparire deludente.

Tra i suoi commenti mi ha colpito quello del 15 aprile scorso. In buona sostanza Barcellona si chiede cosa sia accaduto di così importante nell’inchiesta che vede  tra gli altri coinvolto il Governatore della Sicilia Raffaele Lombardo accusato di concorso eterno in associazione mafiosa. Sostiene Barcellona che l’avviso di conclusione delle indagini è praticamente un atto banale. Barcellona nega che tale iniziativa della Procura possa avere la benché minima ricaduta politica sulle sorti del Governo siciliano e si chiede quali siano le vere ragioni del furore politico e giornalistico contro Lombardo. Si da una risposta che non ammette repliche. Tutto cià è finalizzato a riconsegnare la Sicilia a Berlusconi, mettendo fuori gioco il Pd (che oggi sostiene il Governo regionale).  Il ragionamento del professor Barcellona porta ad alcune considerazioni.

La prima. Barcellona che è un giurista di chiara fama, non può non sapere cosa rappresenta la comunicazione di conclusioni delle indagini preliminari prevista dall’articolo 415 bis del codice di procedura penale. Essa come giustamente ha scritto Barcellona apre la fase di attività della difesa che ha venti giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere l’interrogatorio alla presenza dell’avvocato. Dimentica Barcellona che tale atto viene notificato solo quando l’ufficio della Procura ha valutato le indagini preliminari concluse e ha ritenuto di avere raccolto elementi di colpevolezza tali da reggere una richiesta di rinvio a giudizio ed un successivo dibattimento, questo salvo piena e sostanziale confutazione degli stessi da parte della difesa. Se la Procura non avesse ritenuto di avere sufficienti elementi di prova per sostenere una richiesta di rinvio a giudizio avrebbe seguito una strada ben diversa. Avrebbe chiesto al Gip l’archiviazione senza emettere la comunicazione di conclusione delle indagini e senza emettere l’avviso di garanzia. Se ne deduce, e Barcellona non può non saperlo, che a a carico di Lombardo esistono elementi per così dire pesanti, alcuni dei quali sono noti. Non vi sono solo le intercettazioni dei mafiosi che parlano tra loro, vi sono ad esempio (non sveliamo alcun segreto perchè essi sono contenti nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Iblis e sono stati pubblicati) incontri ripetuti tra il Governatore ed esponenti di Cosa nostra. Lombardo ha ammesso tali incontri dando una sua spiegazione. Gli elementi raccolti dalla Procura delineano un quadro accusatorio serio, che certo dovrà essere vagliato, ma che comunque al momento ha portato la Procura a scegliere di non archiviare.

Il dibattito, forse sarebbe meglio dire lo scontro, all’interno della Procura si è proprio concentrato su questa scelta. Da un lato il procuratore reggente e uno degli aggiunti, che erano orientati ad archiviare la posizione di Lombardo, dall’altro i quattro sostituti titolari dell’indagine che hanno invece scelto di andare avanti.  Se, come sostiene Barcellona – si fosse trattato di un atto di poco conto, difficilmente si potrebbe spiegare un braccio di ferro andato avanti per quasi un mese, che, può starne certo, non troveremo mai nei sobri comunicati ufficiali.

Seconda considerazione. Questa condizione ha o non ha un peso politico? Barcellona dice di no. Io la penso diversamente. Il Pd, che a Palermo sostiene il Governo Lombardo, fa una battaglia di legalità a tutto tondo a livello nazionale. Non può ignorare il peso delle accuse che si concentrano sul Governatore se non mostrando uno strabismo assoluto. Non lo fa la base di quel partito, che ha promosso addirittura un referendum tra gli iscritti e gli elettori. Referendum che ha detto un no inequivocabile alla permanenza nel Governo. Non lo fanno alcuni autorevoli dirigenti nazionali di quel partito, non lo ha fatto neppure il segretario Bersani, che si è trovato in forte imbarazzo. Il gruppo dirigente siciliano invece  stretto attorno a Lupo e Cracolici invece tira dritto su una politica fortemente sostenuta da due intoccabili; Anna Finocchiaro e Giuseppe Lumia. Così, alla faccia della democrazia, si commissariano i ribelli e si ignora la base.

Viene da chiedersi in nome di cosa? Per ottenere cosa? Barcellona ci spiega che questa politica consente di togliere la Sicilia a Berlusconi. Una sorta di realpolitik anti-cavaliere. Un affermazione categorica che in realtà è solo una pia speranza. Ma anche se così fosse – sinceramente ne dubito fortemente – si potrebbe chiedere a Barcellona a quale prezzo ciò dovrebbe avvenire.  Pensa veramente che il sistema di potere costruito da Lombardo sia l’alternativa a quello berlusconiano? Un ragionamento di tal fatta appara di assoluta miopia politica. Esso si esaurisce nella mera sostituzione fisica dei soggetti e non è sostenuta da alcun progetto politico che punti al cambiamento, alla costituzione di una nuova classe dirigente.

Non voglio dare giudizi morali. A Lombardo auguro sinceramente di dimostrare la sua assoluta innocenza. Ma il punto è un altro. Non è Lombardo, è il Partito democratico. Il Pd non riesce a costruire un modello sociale e politico alternativo, nuovo. E’ grave che non ci riesca a livello nazionale, diventa di drammaticità assoluta al Sud ed in Sicilia in particolare. Non riesce a mettere insieme energie disperse, la parte migliore della Sicilia resta ancora alla finestra, non trova una via d’uscita ed un motivo per impegnarsi e una ragione per metterci la faccia. E’ vero, in larga misura è stato smontato il sistema di potere cuffariano; al suo posto è stato però innestato un sistema di potere che risponde alla medesima logica. Chi vuol campare deve ossequiare un potente, deve fare atto di riverenza. Il diritto rimane estraneo, elemento avulso non solo dalla prassi quotidiana ma dalla cultura diffusa.  La Sicilia resta schiava, sottomessa. Lo slogan autonomista suona beffardo: si rivendica la libertà dai poteri centralistici e si impone l’atto di ossequio ai satrapi locali.

In tutto questo, è bene dirlo, non c’entra la mafia, c’entra la politica. La Sicilia, va detto fuor di metafora, ha bisogno di gente nuova, di persone diverse; non ha bisogno di questa interminabile partita a scacchi tra gruppi di potere più o meno inquinati. Ha bisogno di un forte radicalismo morale e di un progetto vero che affronti i nodi eterni di questa Regione. Un discorso che purtroppo non riguarda solo la Sicilia, essendo ahimè di molto salita quella che Sciascia chiamava la “linea della palma”. Per questo, anche se non vi fosse alcuna indagine di mafia, il principale partito del centro sinistra dovrebbe porsi alcuni interrogativi. Se non lo fa – con buona pace di Pietro Barcellona – non ha più alcun diritto a chiedere il voto dei siciliani per bene e si condanna, come è giusto che sia, all’estinzione.