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Da qualche giorno, all’ora di cena, un trafelato Giuliano Ferrara getta l’allarme dagli schermi televisivi urlando: si salvi chi può, l’Italia è alla vigilia di un golpe. Si tratta naturalmente di un simpatico espediente per trattenere l’esodo biblico dei telespettatori che alla sigla di Qui Radio Londra si danno alla fuga. Insomma, quando loro sono alla minestra, lui è già alla frutta. Lo sketch prende le mosse da un articolo di Alberto Asor Rosa (filosofo ottuagenario che non farebbe male a una mosca) il quale, forse, disturbato dalle barzellette di Berlusconi ha chiesto dalle colonne del Manifesto di mettere fine allo scempio chiedendo un intervento “dall’alto” e la mobilitazione di carabinieri, polizia e guardie cinofile e campestri.

Se Ferrara è un buontempone impegnato a spillare i quotidiani tremila euro alla Rai, che dire di Pierluigi Battista che, senza indugio, dalle colonne del Corriere della Sera ha levato alto e forte il suo monito contro il venerando golpista mazzolando la solita opposizione dove albergano “sentimenti apocalittici” poiché “drammaticamente incapace di diventare maggioranza”. Un’altra ventata di buon umore che, tuttavia, una domandina la fa sorgere spontanea: come mai gli accigliati editorialisti di via Solferino così attenti agli svarioni antidemocratici non battono ciglio quando, a pochi metri dai loro augusti scranni, il premier bunga appena svignatosela dal Palazzo di Giustizia osa paragonare i pm alle Brigate rosse? E i manifesti (pagati indovinate da chi) che imbrattano Milano con le stesse parole del priapo di Arcore, indurranno mai le pompose penne a spendere una parola sola contro l’infamia di ladri e corruttori liberi di infangare la magistratura al cui tributo di sangue nella lotta al terrorismo dovrebbero tutti inchinarsi?

Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2011