Quel gran pezzo dell’Ubalda era un film di Mariano Laurenti datato 1972, con un Edwige Fenech ispirata primadonna, l’Ubalda, ignuda e saltellante. Edmondo Berselli scrisse il saggio Quel gran pezzo dell’Emilia nel 2004, con un evidente debito titolistico al Laurenti, per mostrare i segni, anzi le stigmate, del modello socio-politico emiliano nato nel dopoguerra e non arrivato di certo fino ad oggi. Così, per aprire il Fab four del weekend in regione, suggeriamo stasera e domani allo sfortunato Teatro Duse di Bologna (Via Cartoleria, 42), ore 21, il libro di Berselli trasformato in omonimo monologo diviso in due parti arrangiato da Marzia Barbieri e Andrea Quartarone, con il corpo e la voce di Ennio Fantastichini. L’esperimento teatral-letterario con sottotitolo “cronache di un paese provvisorio”, sembra riferirsi più a ciò che del paese Italia non va più, rispetto a ciò che nel modello Emilia andava (concetto più berselliano). Anche se l’omaggio al saggista modenese merita comunque attenzione e un laicissimo tributo ad un anno dalla sua prematura scomparsa.

Ve li ricordate gli inglesissimi Brian Auger e Julie Driscoll? Lasciato Rod Stewart a stornellare roche melodie commerciali, attorno al 1967 si dedicano alla realizzazione di Open, album spettacolare che mescola swing e rhythm and blues lasciando la prima parte del disco ad Auger e al suo organo hammond (l’urlata Black cat), per poi ospitare una trascinante Julie che da Tramp in poi, fino alla più celebre The season of the witch, ammalia e porta con sé anche l’ascoltatore più restio. Ora, se stasera, venerdì 15 aprile al Sidro Live Club di Savignano sul Rubicone (Forlì) e domenica 17 al Molo di Ferrara (via Vignatagliata, 1) volete ascoltare una diretta discendente dei due, cioè la voce della Driscoll e l’hammond di Auger in un unico pacchetto, eccovi servita Fay Hallam in Trinity (in onore proprio del duo di Open), virtuosa musicista che ancora suona l’hammond e canta con quel trasporto vocale e fisico anni ’70, come se ad ogni fine strofa stesse per rinascere il senso della vita. L’ultimo album è 1975 e l’esibizione live è un groove soul che a confronto i James Taylor Quartet sono sguattere del lavatoio. Peccato che manchino un po’ di fiati. Comunque imperdibile.

Altri suoni ed altri tempi. Sabato alle 21, alla Futureshow Station di Casalecchio di Reno (Bologna), suonano i Subsonica. L’album appena uscito è Eden, paradiso insperato e mesmerico che per il gruppo, sempre coordinato dall’incontrastato leader band Samuel, sembra quasi significare un rallentamento riflessivo della propria elettronica impostazione musicale. Meno ritmo tradizionale alla Subsonica e spunti pop melodici che fanno quasi tenerezza (vedi Istrice, brano dolce ed ispirato, su una ragazza introversa e confusa). Poi per chi dal vivo vuole sentire il concerto sulla pelle, ecco il marchio della band torinese: scuotersi, scatenarsi (si dice ancora “pogare”?) senza mai perdere il significato di ciò accade nella realtà. Da Prodotto interno lurido sparato a mille: “mentre accendi il mutuo all’oscurità, i piani tariffari all’ eternità, le lotterie e i sorrisi d’immunità sono ombre cinesi. Libera la testa subito dal prodotto interno lurido, libera l’Italia subito dal prodotto interno lurido”.

Domenica 17 alle ore 19 ai Teatri di vita di Bologna (via Emilia Ponente 485), versione deluxe de Ju Tarramutu, documentario diretto da Paolo Pisanelli sul terremoto che sconvolse L’Aquila nel 2009. Il regista e drammaturgo Andrea Adriatico, direttore dei Teatri di vita, è aquilano e ci tiene. Mostrare il lavoro di Pisanelli significa tornare alle proprie radici abruzzesi che nonostante le scosse, le case lego di Berlusconi, Obama e la Merkel, Veltroni e George Clooney, sono ancora ben salde. In Ju Tarramutu si ascolta soprattutto il dignitoso silenzio aquilano del durante e del post terremoto. Ossimoro snobista? No, guardate il documentario di Pisanelli e ve ne accorgerete. Filastrocca resistenziale rivolta al terremoto: “più tu fai lo stronzo, più io m’indurisco”. Alla fine è tutta una questione dell’uomo alle prese con la sua terra. Vibrante, denso, terragno. Da vedere.

Ci sono anche…

Al cinema Orione di Bologna (via Cimabue, 14) e all’Europa di Faenza (via Sant’Antonio 4) ci sono ancora due copie di Non lasciarmi, film diretto da Mark Romanek. L’idilliaco collegio inglese tardo anni ’70 che ospita Kathy, Ruth e Tommy è in realtà un luogo dove i bambini vengono allevati sani, robusti, istruiti e stimolati nelle loro attitudini artistiche per poi diventare cloni umani pronti a donare organi a persone malate. Peccato che crescendo, tra i tre protagonisti si sviluppino sentimenti non previsti dai contratti etico-aziendali. Distopia letteraria dalle pagine di Kazuo Ishiguro, film rallentato, rarefatto e dolorosissimo per chi ancora in questi ultimi pomeriggi di pioggia ha voglia di qualche lacrima e di insperati e sospirati amori.