La sera della vigilia a cena con i suoi ha ribadito la promessa in primis a stesso, al pluri- imputato Berlusconi S., nonché  pluri-prescritto, auto-depenalizzato e dunque incensurato forever : Libererò l’Italia dai giudici che è poi lo scopo primo ed ultimo della discesa in campo e la ragione sociale del partito dell’impunità personale.

Il giorno dello scampato giudizio, in primis quello del processo Mills che spirerà otto mesi prima della prescrizione “fisiologica”, dunque entro l’estate e senza arrivare alla sentenza di primo grado, le immagini testimoniano in modo più eloquente di qualsiasi cronaca o commento la drammaticità della contrapposizione tra le ragioni della legalità e della civiltà giuridica rappresentate fuori dal palazzo e quelle, non più occultate, dell’impunità selettiva imposte con tracotanza dentro, da una maggioranza aggrappata a ministri, sottosegretari, e fascio-responsabili scilipotiani.

Fuori dalla mattina c’erano insieme ai Viola, ai movimenti in difesa della Costituzione e dell’eguaglianza dei cittadini, i parenti delle vittime di Viareggio, della Moby Prince, dell’amianto, della casa dello studente dell’Aquila che cantano Fratelli d’Italia e scandiscono i nomi di tutti quelli che non hanno più voce e non potranno più ottenere giustizia.

Dentro, già dai giorni precedenti, le immagini dei ministri in “trasferta” a Montecitorio che improvvisano con happening incredibili consigli volanti per essere pronti a votare in qualsiasi momento e quelle dei fedelissimi che entrano come un gregge in aula sferzati dal coordinatore di ferro Denis Verdini che come un cane da pastore li raduna, li redarguisce, li incalza.

L’approvazione finale di quello che all’insegna della metodica manomissione delle parole, per usare una calzante espressione di Gianrico Carofiglio, viene impudicamente chiamato “processo europeo” e che secondo le elucubrazioni del ministro della Giustizia, non andrà a incidere che per lo 0,2% sulla mole già devastante delle prescrizioni, non è solo il più esibito e dichiarato esempio di legge ad personam. Una categoria legislativa che se fino a ieri veniva negata come una invenzione dei soliti demonizzatori antiberlusconiani, ora viene rivendicata come legittima difesa contro “le inchieste ad personam” (Maurizio Porro ad Otto e mezzo), come se a differenza della legge generale ed astratta, i procedimenti penali non dovessero essere individuali e personali! E a proposito di legislazione sovranazionale, sarebbe il caso di ricordare, en passant, che l’articolo 29 della Convenzione delle Nazioni Unite, sottoscritta dall’Italia, unico paese “avanzato” dove nell’ultimo anno si è registrato un incremento della corruzione del 30%, prevede per questi reati, in ragione della loro gravità un tempo di prescrizione lungo.

Naturalmente il richiamo ai paletti dell’Europa, ai principi fondamentali della Costituzione come l’art. 3, palesemente violato dalla discriminazione tra incensurati e pregiudicati, o agli effetti sui processi per le morti bianche e grandi sciagure vengono liquidati come “accuse paradossali” e “operazioni di sciacallaggio”. Nella sua dichiarazione di voto, forse anche per riaffermare il suo ruolo di capogruppo un po’ appannato, Fabrizio Cicchitto si è scagliato contro “la persecuzione ad personam” di una magistratura “che mette in pratica sentenze creative ed anticipate” e contro “il patto organico” tra toghe rosse e sinistra instaurato dal ’92, “un rapporto collusivo” di cui Antonio Di Pietro sarebbe la personificazione più concreta.

Anche in questo caso l’immagine, come si è potuto apprezzare nella diretta televisiva delle votazioni alla Camera, è stata altrettanto eloquente delle parole contro “i due pesi e le due misure” e contro Mani Pulite che, nonostante “tutti fossero coinvolti”, ha fatto la differenza tra “distrutti e salvati”, accanendosi con il Psi e la Dc e graziando Occhetto e compagni che ricevevano Gardini con la valigetta a Botteghe Oscure. E all’acme dell’invettiva il sempreverde craxiano, iscritto alla P2, ora scomposto ed arruffato propagandista dell’ultimo Berlusconi, brandiva un vecchio cavallo di battaglia, aggiornato di recente per l’emergenza quotidiana, dal titolo un po’ scontato: L’uso politico della giustizia, arma impropria della sinistra…”.

Il finale, con la sfida minacciosa Non ci faremo processare nelle piazze!, anche se, a onor del vero, il voto riconfermava la pretesa di non farsi processare nei tribunali, non è stato propriamente una ventata di novità, anzi quasi l’involontaria allusione ad una stagione che al di là dei colpi di mano si sta ignominiosamente chiudendo.