Il film C’è chi dice no, in questi giorni nelle sale cinematografiche, descrive magistralmente l’inquinamento delinquenziale del mondo del lavoro italiano. È premiato il cretino, l’arrogante, il ricco, il farabutto. Fa carriera chi scende a compromessi, chi usa il proprio corpo per avanzare di posizione, chi assicura una obbediente appartenenza a qualche sodalizio, spesso ai limiti del criminale.

È un film realistico e, personalmente, mi è piaciuto molto: descrive senza mezze parole la corruzione di una società, quella attuale, che ormai tutto è fuorché “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, come invece vorrebbe l’art. 1 della Costituzione. A meno di non voler interpretare quel “lavoro” come il lavoro più antico del mondo. Qualche raffinato giurista, di questi tempi, potrebbe anche cercare di convincercene. Non ce ne stupiremmo più.

Se fai ricorso al Tar sei finito… bruciato per sempre”, dice uno dei protagonisti del film. È vero. Spesso è così. Lo vedo ogni giorno: faccio il giudice al Tar e decido proprio sulla legittimità dei concorsi pubblici. Vedo carte, sento storie, parlo con le persone. Da due anni a questa parte, un po’ per caso, un po’ per i miei ideali, sono poi diventato una sorta di punto di riferimento contro le varie concorsopoli italiane. Posso dire, quindi, di avere un  punto di osservazione privilegiato.

Tanti giovani mi scrivono sempre più spesso le loro storie disperate, la loro confusione fatta di valori perduti, di sogni infranti, di frustrazioni infinite. La minaccia è sempre quella: se vuoi fare carriera devi stare zitto, guai a te se parli o se fai ricorso e aspetta il tuo turno che, forse, arriverà. Una sorta di pizzo da pagare. Una forza intimidatoria talmente forte da indurre i candidati di molti concorsi universitari a ritirare addirittura le domande di partecipazione per lasciar vincere il designato. Una vergogna tutta italiana.

Forte della mia esperienza, credo di poter affermare, e con assoluta certezza, che i “pirati del merito” di cui parla il film esistono già.

Ma non sono pirati. Sono solo persone oneste. Sono le persone che non “pagano” il pizzo in un omertoso, complice e vile silenzio, e che hanno valori sani e tanta, ma proprio tanta, dignità, e un’unica colpa: non avere ancora capito che l’unione fa davvero la forza e che questa forza può davvero  vincere “il sistema”.

Noi siamo milioni e loro sono quattro str…”, dice uno dei protagonisti del film. È proprio così. E, allora, speriamo che cogliendo il bel suggerimento di questo film si trovi anche la capacità di unirsi e di diventare quelle scomode, scomodissime “ombre”. Il coraggio c’è già.