Forse ha ragione davvero Gianni Letta quando traccia, non senza amarezza, un percorso della settimana politica che si sta per aprire: “Sarà incandescente. E oggi sarà un giorno particolarmente difficile”. Alla Camera, alle tre del pomeriggio, sotto un solleone che batte impietoso sulla Capitale, andrà in scena – forse – l’ultimo atto di arroganza dell’impero di Silvio, l’assalto finale della sua maggioranza al processo breve.

Non è solo una legge ad personam quella che si approverà, probabilmente, entro la fine della settimana. Una norma che serve al premier per evitare il processo breve e la sentenza attesa per il 18 luglio. Quella che si sta dibattendo alla Camera è anche un atto politico che potrebbe segnare definitivamente la legislatura. Quello che prima veniva negato con forza all’interno del Pdl è invece ora sotto gli occhi di tutti, anche degli uomini più vicini al Cavaliere che non negano più l’evidenza: la maggioranza si regge in piedi con la stampella scivolosa dei Responsabili, con il governo contingentato in aula e con la Lega che, per il momento non dà segni di voler strappare, ma visto come sta andando con l’immigrazione e con l’Europa non si sa quanto potrà ancora andare avanti; al nord il Carroccio perde voti ogni giorno che passa e a via Bellerio cominciano a guardare con timore al voto amministrativo di maggio, come se anche lì, in quelle urne che diranno molto della disaffezione e della stanchezza degli italiani, si potesse intravedere un passaggio d’epoca. E non positivo per loro.

Sta per accadere qualcosa d’importante, insomma. E il teatro di questo scontro oggi sarà la Camera dei Deputati. Se, nelle prossime ore, le opposizioni sapranno giocarsi bene le carte, potrebbe davvero succedere che la maggioranza si trovi con le spalle al muro, costretta ad andare a rilento nell’approvazione degli oltre 150 emendamenti rimasti da votare. Il presidente della Camera ha pensato di riuscire a chiudere i giochi entro domani alle 18, voto in diretta tv, ma in Transatlantico, già nelle prime ore di questa mattina, erano in molti a guardare a venerdì come al giorno della possibile chiusura. Qualcuno, nel Pdl, ha persino ipotizzato che se l’ostruzionismo d’aula non consentirà alla maggioranza di andare avanti speditamente, allora il governo potrebbe anche ricorrere alla fiducia, fino a questo momento tassativamente esclusa da Berlusconi in persona. Che sa che uno strappo del genere, una fiducia sull’ennesima legge che serve prepotentemente solo a lui, segnerebbe negativamente e in modo definitivo i rapporti con Napolitano. Però, è la battaglia finale. Senza questa legge in tasca, il Cavaliere non potrà serenamente mettere mano alla ricomposizione del suo partito, un Pdl ormai balcanizzato, e all’allargamento della maggioranza attraverso una leggina che superi la Bassanini, per poter pagare i Responsabili. Il processo breve, insomma, gli serve tantissimo. E non solo per i suoi processi.

Il timore che la giornata di oggi si trasformi in un bagno di sangue è più che concreto. E i più preoccupati sono proprio i colonnelli del Pdl; la paura è di cadere sotto il fuoco amico, con qualche deputato peone che si assenta nel momento sbagliato o, peggio, sbaglia a votare. Ecco perché gli staranno addosso. Li placcheranno ad uno ad uno per “impedire a qualsiasi Pierino di turno” di fare “qualche sciocchezza” per mettere nei guai Silvio Berlusconi sul provvedimento che gli sta più a cuore. La balcanizzazione del Pdl porta anche a questo, all’angoscia di cadere per un errore banale. O, peggio, per un avvertimento politico interno. I colonnelli del Pdl fanno quadrato e blindano i deputati del partito per evitare che il fuoco amico affondi in un colpo solo l’impunità del Cavaliere ad una incollatura dal traguardo. Il rischio è concreto, qualcuno ha addirittura scomodato l’abusato fantasma del 25 luglio, tanto per far capire l’aria che tira. Però la preoccupazione c’è.

Non ha quindi stupito se ieri, a poche ore dall’inizio della battaglia finale sul processo breve, ci sia stato chi, come Fabrizio Cicchitto, ha passato quasi l’intera giornata a scrivere ai deputati. Raccomandando “coesione politica e attenzione fino a venerdì”. Ma anche a stendere una mappa dettagliatissima della geografia del gruppo e delle nuove – o antiche – simpatie correntizie. Monitorati i cinquanta di Scajola, le teste calde sicule vicine a Miccichè, gli ex An, gli ex Dc, la magnifica dozzina di Altero Matteoli e, poi, quelli che si stanno guardando intorno anche se hanno un cuore che batte per Alemanno. Il Cavaliere è stato perentorio; non vuole sorprese. La sua preoccupazione, anche ieri con i suoi, era concentrata sul Quirinale e sull’insistenza delle voci che danno quasi per certo il rigetto della legge approvata in via definitiva da parte del Capo dello Stato. La tentazione di Berlusconi sarebbe quella di rispondere “colpo su colpo”; “Se davvero ce la rimanda – avrebbe detto il Cavaliere – stavolta gli cambiamo una virgola e gliela rimandiamo così com’è. Non può continuare a fare il muro, a bocciare tutto…”. Intanto, però, la legge va portata a casa. E il campo della Camera è minato. Ma non certo per colpa del Pd. Persino il massimo stratega del Nazareno sulle questioni procedurali e di regolamento, ammetteva ieri con candore di “aver finito i trucchi” e che di mettere in campo un “trappolone notturno”, come ipotizzava qualcuno dalle parti del Terzo Polo proprio non se ne poteva parlare. Il problema dei berluscones è che sanno di avere il nemico dentro casa. Lo sa anche Cicchitto, che teme per la tenuta della rete di protezione della maggioranza sulla lunga distanza temporale. Dalla Lega non ci si aspettano sgambetti, mentre nel Pdl è tutta un’altra musica. Di lì la necessità di fare catenaccio.

Il timore del capogruppo Pdl è che la maggioranza possa andare sotto su un emendamento chiave all’articolo 3 del provvedimento, quello che contiene l’agognata prescrizione breve, stravolgendola e rendendo inutile l’ennesimo sforzo salva premier. Se la legge venisse modificata dovrebbe tornare al Senato e quindi di nuovo alla Camera; in pratica, palla persa. Non dovrà succedere. Per questo Cicchitto avrebbe distribuito una serie di incarichi di marcatura ai più fidati; Lupi, Leone, Osvaldo Napoli, lo stesso Cicchitto con Jole Santelli e una sempre attenta Alessandra Mussolini avranno il compito di sorvegliare che tutto fili liscio. “Sarà comunque un Vietnam”, minacciano dal Pd. E il Pdl ha paura di trovarselo tutto solo dentro casa propria.