Avantieri sera ero fuori città e puntavo su una cena tranquilla. Ma al quarto Sms ricevuto da amici che mi chiedevano se fossi davanti alla Tv a guardare Report, mi sono dovuto arrendere e ho fatto quello che faccio ogni domenica sera: guardare il programma della Gabanelli, impegnata a studiare i modelli di business di Facebook e Google e le implicazioni per la nostra vita internettara.

Ieri, almeno sulla websfera un po’ nerd e un po’ geek di cui io e le mie diottrie mancanti facciamo parte con orgoglio, non si parlava d’altro. La mia personale analisi sulla puntata potrebbe anche esaurirsi con le parole di chi ne sa più di me, ossia Stefano Epifani, che ieri mattina sul suo blog ha scritto: “[Domenica] si è celebrata l’ennesima occasione sprecata per parlare (una volta tanto seriamente) della Rete e dei problemi che solleva”.

La puntata di Report, infatti, è stata piuttosto superficiale così come ritengo che le reazioni di appassionati e addetti ai lavori della Rete contro il programma di Rai 3 siano state eccessivamente difensive.

In fondo bisognerebbe partire da un presupposto: il programma è sì di approfondimento giornalistico ma ha l’ambizione di trattare argomenti interessanti con un linguaggio comprensibile per grandi fasce di popolazione. È verosimile che qualcuno non avrà provato alcun tipo di sorpresa nel vedere inchieste per me stupefacenti come quella su Finmeccanica o quella su Marchionne, così come qualcun altro sarà rimasto allibito ascoltando le “rivelazioni” sul funzionamento di Facebook.

Aggiungo inoltre che ritengo assai meritorio il tentativo della Gabanelli di dare luce a un mondo solitamente ignorato dai mezzi tradizionali, a fronte di un’attività e di una pervasività tale da rendere inspiegabile l’assenza di interesse giornalistico dei nuovi media come un fattore di mutazione antropologica perlomeno dei nostri consumi mediali e del nostro linguaggio. Facebook è ancora utilizzato come un fenomeno di costume, quando in realtà è il primo medium italiano per numero di utenti.

Però l’inchiesta di Stefania Rimini (che non mi pare abbia profili sui social media) tradisce, a mio avviso, il tentativo di far coincidere l’ipotesi con la tesi, ossia che Facebook e Google sono posti pericolosi per gli utenti (potenzialmente vero) e che queste due aziende si riempiono la bocca di valori nobili come la condivisione al solo scopo di generare profitto (sicuramente vero, come per tutti i brand).

Alcune scelte musicali e di montaggio rinforzano questo retrogusto un po’ acidulo, così come la presenza di intervistati senza alcuna “qualifica” (comuni utenti della Rete) mescolati ad autorevoli esperti del settore: una scelta più unica che rara per un programma come Report. Bisognerebbe dunque bilanciare le riflessioni ascoltate durante la puntata, molte delle quali sono assolutamente condivisibili, tenendo a mente il contesto in cui i social media poggiano.

Facebook e Google sono imprese, e in quanto tali devono generare profitti. Chi si sorprende di questo è perlomeno ingenuo. Come tutte le imprese esiste una transazione tra produttore e consumatore: in questo caso l’utente decide volontariamente di condividere informazioni personali in cambio di opportunità gratuite di network e relazione. C’è chi ha guadagnato denaro, chi ha trovato lavoro, chi l’ha perso, chi ha conosciuto la fidanzata. Lo scambio, evidentemente, è tollerabile per tutti gli iscritti. O forse la gran parte degli iscritti non ha letto l’informativa sulla privacy, presente ma ben nascosta. Questo (la pigrizia nella lettura delle condizioni d’uso, o la furbizia di Fb nel nasconderle) è un tema di discussione che Report ha, purtroppo, toccato molto marginalmente.

Dove si fanno i soldi nel web 2.0? È una domanda ancora priva di una risposta definita, a tal punto che in molti discutono dell’effettivo valore commerciale di Facebook e Google rievocando i tempi dell’esplosione della bolla della new economy del 2000 e illustrando che il valore commerciale di queste due aziende sia ampiamente sovradimensionato. Il meccanismo che regola buona parte dei prodotti dei nuovi media si chiama freemium: accesso gratuito a tutti, accesso a pagamento per chi vuole funzioni aggiuntive. Proprio Google, ad esempio, permette l’acquisto di spazio extra sulla sua casella di posta in cambio di un canone annuale, cosa che io ho fatto senza coercizione. Ho acquistato un servizio, così come si acquista un videogioco per una piattaforma che non sia Facebook. Scelte volontarie, che sembrano essere marginali nell’analisi di Report.

La parte più discutibile dell’inchiesta riguarda la possibilità, da parte di terzi, di scoprire “vita, morte e miracoli tuoi e della tua famiglia”. Ovviamente non è così. Ancora una volta, basta non condividere contenuti sensibili e nessuno li scoprirà. In merito alla bambina di due anni poi finita a Italia Uno, è giusto che la mamma abbia sporto denuncia, ma probabilmente conviene immaginare i social media come degli spazi inevitabilmente pubblici e dove non esiste una garanzia per la privacy. In fondo tutte le informazioni possono finire ovunque anche a causa di comportamenti dei nostri amici. Nel caso specifico, chi può escludere che sia stata un’amica della signora ad aver scaricato il video e poi averlo condiviso con altre persone fino a farlo arrivare a Italia1?.

Io, ad esempio, sono finito al Tg5 perché ho scritto una cosa contro Berlusconi nel dialetto della mia città sul mio profilo privato: dopo 40 minuti ero finito su un’agenzia e alle 13 sono apparso nel pastone dei commenti alla celebre frase del nostro premier in merito ai gay e alle belle ragazze: qualcuno dei miei amici ha dato la soffiata a un’agenzia di stampa.

Queste due esperienze insegnano che non c’è nulla di davvero privato su Fb. Zuckerberg, bisogna ammetterlo, è stato onesto da questo punto di vista, dichiarando che “la privacy oggi non è un valore”. Se la si pensa diversamente, basta cancellarsi da Facebook.

Inoltre, dal punto di vista del web marketing, il nome e il cognome del singolo utente non ha alcun interesse: è più importante misurare i dati, le medie e i comportamenti di un numero elevato di utenti, perché solo così si ha la possibilità di verificare cosa i vari segmenti socio-demografici vogliono, cosa amano, cosa condividono e cosa ignorano. Il prodotto siamo noi, come sempre, così come lo siamo quando i pubblicitari acquistano spazi sulle televisioni basandosi su ricerche di mercato o sui dati Auditel. Questa analogia non è stata sottolineata.

Un altro passaggio stranamente incompleto riguardava il rapporto tra cronologia di navigazione e la possibilità di ricevere messaggi pubblicitari personalizzati. Si dice che ciò che facciamo sulla Rete è registrato, non si dice che le registrazioni possono essere rimosse e come si fa. Dunque anche questo meccanismo non è fatalmente inevitabile.

Per chiudere, nell’inchiesta si parla di truffe legate all’accesso sui social media, come se lo spam non esistesse prima della nascita di Facebook, come se le truffe non esistessero prima della nascita della posta elettronica. Cambia solo la formula, non la sostanza. I social media diversificano le possibilità di essere gabbati, ma non creano necessariamente una nuova stagione della frode.

Insomma, basta fare un po’ di attenzione e leggere i contratti di utilizzo di questi strumenti, così come faremmo per tutte le attività che riguardano la nostra economia e la nostra immagine. La volontarietà delle nostre azioni è ancora la nostra risorsa.

Ah, a proposito, se avete voglia di condividere la puntata di Report su Facebook, potete farlo direttamente dal link che vi ho segnalato prima. O trovare la puntata sulla pagina Facebook della Rai dove ieri pomeriggio è stata annunciata la videochat con Stefania Rimini, l’autrice dell’inchiesta.