Ho avuto modo di valutare l’utilità dell’approccio alle questioni energetiche proposto da David Mac Kay in Sustainable energy – Without the hot air, ma anche di riconoscerne i limiti e le mistificazioni. Che invece non sono riportati nell’interessante post di Dario Bressanini apparso su questo blog. Il fisico inglese, nel suo argomentare sembrerebbe così pragmatico da escludere punti di vista meno che oggettivi. La prospettiva condivisa di un futuro energetico senza combustibili fossili e la fama di studioso pluridisciplinare non devono far pensare a una sua neutralità nel dibattito in corso. Analizziamo per punti la sostanza del procedimento che propone in Sustainable Energy:

1) per il ricorso alle fonti naturali rinnovabili, occorre far risaltare le limitazioni intrinseche e le leggi di natura sulle convenienze di mercato;
2) per prendere decisioni non in astratto, vanno introdotte unità di misura rapportate all’esperienza umana anziché alle prestazioni delle macchine;
3) per il risparmio, non bisogna enfatizzare piccole soluzioni legate al comportamento dei singoli, ma incidere con interventi di tecnologia applicata;
4) per non fare solo aria fritta, è necessario che il sistema energetico continui a essere centrato sui grandi impianti con fornitura continua (a cominciare dall’inevitabile nucleare).

Quello che a prima vista sembrerebbe un realistico cammino verso il cambiamento, alla fine si riduce a trovare il mix migliore per far convivere sole e atomo senza sostanzialmente cambiare il modello di produzione e consumo ereditato. Per questo Mac Kay è molto in voga nell’ambiente dei maggiori produttori e fornitori di energia e ha tra gli sponsor più illustri proprio la Shell, desiderosa di diversificare, ma non certo di superare il sistema che l’ha innalzata tra i protagonisti. Vediamo in dettaglio, riferendoci ai quattro punti sopra riportati, come le singole proposte siano organiche più alla conservazione illuminata che a una transizione al nuovo.

1) Si cerca di definire un potenziale teorico massimo delle fonti rinnovabili in ragione, ad esempio, della capacità attuale di tradurre in energia utile la radiazione solare diffusa o la forza discontinua del vento. È naturale che allo stato attuale siamo ben lontani dal traguardo di un 100% rinnovabili, soprattutto laddove il consumo medio degli europei rimanga invariato. Ma che l’invarianza sia l’ipotesi di lavoro lo si deduce dal fatto che viene proposta come unità di misura facilmente comprensibile da tutti – sulla base di quanto previsto al punto 2 – l’assurdo bisogno per il consumatore medio europeo di tenere accese 125 lampadine da 40 W per 24 ore al giorno!

E poi, come non pensare che sia solo iniziata e che abbia un impensato futuro una fase di sempre maggior rendimento dei sistemi di captazione, di più efficienza nello stoccaggio e di capacità di far rete delle tecnologie applicate alle rinnovabili? Se, come si stigmatizza al punto 3, si esprime scetticismo sugli effetti dei comportamenti individuali, come si può pensare che abbiano effetto miglioramenti tecnici che alla fine i singoli potrebbero interpretare solo come licenza a consumare tanto quanto prima, ma con risultati più vantaggiosi? (Se un Suv consuma come una vecchia 500, allora sfrutto l’innovazione solo per più comfort e migliori prestazioni, anche se vengo sospinto da un veicolo di tre volte il peso di quello vecchio).

Infine, una volta trascurate la cooperazione tra produttori e consumatori, l’integrazione territoriale e il cambiamento del modo di produrre e consumare, allora il ricorso al nucleare e alle grandi potenze centralizzate risulta “ragionevole” se non obbligato e prioritario certamente rispetto agli investimenti, ad esempio, sulle smart grid che facilitano lo scambio tra piccoli impianti diversificati. In fondo, il Mac Kay, che annuncia un approccio eversivo e non ideologico, alla fine sottovaluta i bisogni reali e la loro distribuzione e ragiona solo dal versante dell’offerta di energia, trovandosi prigioniero dell’immutabilità e della rigidità dei consumi del mondo ricco. Consumi che davvero hanno già incontrato la loro “limitazione intrinseca” e hanno prodotto un insanabile contrasto con “le leggi di natura” del punto 1.

Forse non è solo dall’intuizione e dal mestiere del fisico o dello scienziato che ci si deve aspettare la soluzione a un futuro energetico rimesso in discussione dalle fondamenta. La scienza dovrà concorrere ad una ricerca cui tutti partecipiamo: tanto meno al buio quanto più prevale la democrazia, la conoscenza, il dibattito. Perciò non sottovalutiamo il referendum di giugno e prepariamoci, anche attraverso l’informazione, ad assicurargli quella funzione che molti vorrebbero sottrargli.