Provocazioni o avvertimenti? Dopo la suggestione del Cavaliere “bollito”, ecco l’immaginario onirico di Giuliano Ferrara, oggi come ieri spin doctor di Silvio, che piomba nell’agone dello scontro interno al Pdl e provoca un pandemonio. “Attenzione – sogna ad occhi aperti Ferrara nel suo fondo sul Giornale, di fatto lanciando un preciso messaggio politico ai “famigli” – il Cavaliere potrebbe mollare”. E per voi, complottardi e fedifraghi pidiellini, si legge in filigrana tra i caratteri dell’editoriale, sarebbe la fine. Osvaldo Napoli, berluscone di sicura fede, legge e fa il pompiere: “Se il sogno di Ferrara fosse vero, per gli italiani sarebbe un disastro”. Per gli italiani no, per lui certamente sì. Ma il “sogno” di Ferrara è reale e concreto; si tocca quasi con mano. E nel Pdl scorre il veleno.

Oggi il Cavaliere va alla sbarra a Milano. Il partito ha organizzato la claque. È previsto l’arrivo di almeno due pullman e di qualche centinaio di simpatizzanti milanesi. Tutti i parlamentari Pdl lombardi sono stati precettati e alla fine dell’udienza Mediaset il Cavaliere potrebbe tenere un breve comizio, in vista delle elezioni amministrative. Martedì alla Camera i suoi cercheranno invece di salvarlo dai dibattimenti nel rush finale sul processo breve, ma prima che le sue rogne giudiziarie vengano archiviate per sempre nei cassetti, il partito – o quel che ne resta – potrebbe esplodergli sotto il sedere. E proprio alla vigilia del voto.L’imminenza dell’apertura di urne importanti per la prosecuzione serena della legislatura, rendono tutti molto nervosi. I sondaggi sono un disastro e come andrà a finire al comune di Milano rappresenterà comunque uno spartiacque tra un prima e un dopo. Forse già un “dopo Berlusconi”. La partita è dura, durissima. Basterebbe che la Moratti non vincesse al primo turno (ed è più di un’ipotesi) che già molte seggiole e poltrone comincerebbero a scricchiolare.

Per questo il partito fibrilla ora più rumorosamente del solito. Il Cavaliere lo avverte, ma non può metterci mano subito. Deve aspettare il via definitivo al processo breve (forse entro fine maggio al Senato) e i risultati di tutti i comuni in lizza. Per questo è sceso in campo Giuliano Ferrara. Per avvertire tutti, nel Pdl, che è il momento di abbassare le penne e stare compatti. “Cari amici , diceva Il Cav. nel mio sogno dell’altra notte – ecco la suggestione letteraria del sogno utilizzata da Ferrara – consentitemi una fraterna messa in guardia: se continua così, con la stessa rapidità con cui sono sceso in campo, me ne torno in tribuna a godermi lo spettacolo. Ho buoni avvocati, e fuori dalla politica, dove sono stato un elemento di disturbo insopportabile per tanti anni, e ancora adesso, diventerei una preda meno ambita dai rapaci delle procure combattenti e delle opposizioni al loro laccio. Me la cavo, state certi. E se proprio fosse necessario, un patteggiamento per levarsi di torno la malagiustizia alla fine non si nega a nessuno, come un sigaro o un’onorificenza di Cavaliere al merito…”.

Che il Cavaliere pensi davvero ad andarsene è fuor di luogo. Però è attanagliato da una serie di “preoccupazioni” (sono parole dei suoi) che hanno ormai preso il posto del quotidiano buonumore e del suo sfrenato ottimismo. Pesano quei 750 milioni di euro da risarcire a De Benedetti per la questione Mondadori. Pesa l’uscita di scena di Geronzi e la prossima marginalizzazione delle sue teste di ponte finanziarie Vincente Bollorè e Tarak Ben Ammar. Pesa, soprattutto, il pensiero che il Quirinale, dopo tanti sforzi per approvare il processo breve, poi trovi il verso di non firmare; anche questa settimana, d’altra parte, sarà costretto a mettere al chiodo l’intero governo alla Camera per evitare che qualcuno voglia fare lo spiritoso tra i banchi pidiellini e “responsabili” e dia un avvertimento facendo andare sotto la maggioranza. Casomai su un emendamento alla prescrizione breve e bisognerebbe ricominciare tutto da capo. Un rischio non da poco.

Se, insomma, Giuliano Ferrara è arrivato a scrivere in modo tanto chiaro un “attenti che potrebbe arrivare la piena” agli uomini del Pdl, è perché la settimana che si apre metterà in evidenza in modo palese i movimenti intestini dentro il partito; sono state annunciate tante cene e qualcuna potrebbe far saltare la mosca al naso del Capo. Lunedì sera a villa Lesmo, anziché vedere Bossi, Berlusconi si riunirà con Alfano e Gelmini, ufficialmente per fare il punto sulle liste per le amministrative, ufficiosamente per avere il polso del moto ondoso dentro il Pdl e parlare un po’ del Terzo Polo. Da martedì, invece, i “correntoni” interni a un partito che ufficialmente non ne dovrebbe avere nessuno, cominceranno una lunga liturgia di incontri destinata a concludersi giovedì.

Apre le danze Alemanno con i suoi ,“attovagliati” forse proprio vicini al Campidoglio; il sindaco di Roma, già con l’affare Colosseo-Della Valle, ha dato segnali di un’autonomia insospettabile solo pochi mesi prima. E chi fa parte del suo stretto entourage non ha negato che il primo cittadino della Capitale “soffra” di un rapporto troppo discontinuo con i coordinatori Pdl, in particolare La Russa. Mercoledì, poi, la giornata clou, forse con il processo breve approvato giusto di fresco alla Camera solo poche ore prima: da una parte di Roma Scajola conterà (a tavola) se i suoi supporters sono davvero cinquanta e se val la pena far capire a Silvio a che punto è arrivata la sua pazienza, mentre in pieno centro Altero Matteoli farà da perno a una riunione in cui i parlamentari pidiellini toscani potrebbero fare anche i conti su un possibile dopo Verdini e sul loro ruolo interno sulla base di questa premessa.

Un bel panorama di un partito in pieno terremoto. Che Silvio, però, in questo momento non può fermare. A sentire i suoi, lui è più che convinto di poter aspettare, che nessuno – nel Pdl – farà mai davvero un passo più lungo della gamba: “Basta che rimetta mano io e tutto andrà a posto”, dice. Casomai realizzando il sogno di mettere come coordinatore unico quell’Angielino Alfano a cui vagheggia di voler passare il testimone quando deciderà di fare un passo indietro. Solo che non è proprio così. Lo ha ammesso persino Cicchitto: “Dopo le amministrative tutti i problemi riguardanti l’organizzazione del partito sul territorio, la sua vita democratica, la sua classe dirigente andranno affrontati in modo serio”. Ieri la via di fuga, il modo per uscire dall’angolo delle polemiche interne, al Pdl lo ha virtualmente trovato in Gianfranco Fini, reo di aver puntato il dito contro i trasfughi di Fli, rientrati nel ‘gregge belante’ della maggioranza per paura di perdere il posto in Parlamento. Parole che almeno per qualche attimo hanno ricompattato il Pdl in un fuoco di fila contro la terza carica dello Stato. Ma è stato solo un attimo. “Se c’è tanto movimento in giro nel Pdl – diceva, infatti, qualche giorno fa un parlamentare vicino a Matteoli – è perché molti sentono che la fine del ciclo è ormai prossima e cercano un paracadute possibile…”.

Tutto, comunque, ruota intorno al risultato delle amministrative. Ed è per questo che il Cavaliere sta facendo da giorni i conti sui sondaggi del Terzo Polo. Il risultato di queste urne amministrative sarà la cartina di tornasole per testare la reale consistenza della formazione politica capitanata, di fatto, da Casini. “Il Pdl – ha spiegato Berlusconi a Rotondi e Giovanardi ricevuti due giorni fa a palazzo Grazioli – è due punti sopra la sinistra, ma dipende da quello che vuole fare Casini. Se viene con noi quel gruppo perde il 70% dei voti”. Il ragionamento del Cavaliere è andato, quindi, oltre: “Se il terzo Polo si presentasse in coalizione – ha argomentato ancora – non raggiungerebbe neanche il quorum né alla Camera, né al Senato. A Montecitorio è necessario arrivare al 10% mentre a Palazzo Madama lo sbarramento è al 20%”. Nei sondaggi del Cavaliere, sempre targati Ghisleri, il Terzo Polo è al 7%, “e comunque vada – avrebbe osservato il Cavaliere con i cofondatori del Pdl – Fini non verrà neanche eletto alla Camera…”. Chissà. Di fatto lamenta di essere “aggredito” da tutte le parti. A cominciare, come succede sempre, dai suoi amici più fedeli dentro un partito. Che si stanno già spartendo alle sue spalle le ceneri della sua eredità.