Due giorni dopo la ripresa delle violenze di piazza in Egitto, torna a farsi sentire il vecchio rais Hosni Mubarak, travolto e costretto alle dimissioni lo scorso 11 febbraio dall’ondata di proteste che avevano infiammato il paese nordafricano. Batte un colpo anche la procura generale del Cairo dove il procuratore capo Abdel Maguid Mahmud ha deciso che l’anziano leader e i suoi figli saranno interrogati per chiarire la loro posizione di fronte alle accuse di abuso di potere, appropriazione indebita e soprattutto in merito al ruolo che Mubarak e famiglia ebbero negli incidenti di gennaio, durante le manifestazioni che da lì a poco avrebbero provocato la loro caduta.

Nel suo primo messaggio dalla sua destituzione, l‘anziano presidente ha spiegato i motivi della sua rinuncia e ha attaccato chi sostiene che possieda degli ingenti capitali depositati al di fuori dell’Egitto. “Ho lasciato il mio incarico di presidente facendo prevalere l’interesse della patria e del popolo – ha detto Mubarak – Ho servito la patria con onestà, e non posso rimanere in silenzio davanti alla campagna di diffamazione contro la reputazione mia e della mia famiglia”. Ai microfoni di Al Arabiya, l’ex capo di Stato ha detto di essere stato vittima di una campagna diffamatoria e ha aggiunto che si riserverà “di agire legalmente” verso chi ha tentato di rovinare la sua reputazione e quella della sua famiglia. “Sono rimasto silenzio per dare modo al procuratore generale di raccogliere prova sul fatto che non posseggo nessun fondo monetario o immobiliare all’estero – ha proseguito l’ex rais – E i miei due figli Gamal e Alla non hanno sfruttato il potere per fare dei guadagni in modo illegale”.

Non la pensa così il popolo egiziano che venerdì scorso è tornato in piazza per chiedere che Mubarak e il suo entourage siano processati il prima possibile. La manifestazione è finita nel sangue quando, all’alba di sabato, l’esercito ha aperto il fuoco contro le persone in corteo uccidendone due e ferendone una settantina. Sugli incidenti sta indagando la procura militare che ha disposto la custodia cautelare di 15 giorni per Ibrahim Kamal, elemento di spicco del vecchio partito di governo egiziano, accusato di avere incitato le violenze esplose in piazza Tahrir all’alba di sabato scorso.

Nonostante la dura repressione che è andata in scena nella notte fra venerdì e sabato, la procura generale ha deciso di prestare attenzione alle richieste dei cittadini e, poche ore dopo il messaggio del vecchio leader, ha annunciato che interrogherà Mubarak e i suoi figli. Le accuse che pendono sull’ex famiglia presidenziale dell’Egitto sono pesanti. Dall’aver ordinato la repressione nel sangue delle manifestazioni popolari dello scorso gennaio, a una serie di reati contro la pubblica amministrazione: malversazione di fondi pubblici e abuso di potere. Gli investigatori dovranno poi verificare se la famiglia Mubarak possegga o meno un tesoro nascosto in fondi e investimenti al di fuori dell’Egitto. E’ andata peggio all’ex primo ministro Ahmed Nazif che è stato sottoposto a 15 giorni di custodia cautelare nell’ambito di un’inchiesta per appropriazione indebita di fondi pubblici.

Oltre che per chiedere l’inizio del processo contro il rais la folla era scesa in piazza anche per chiedere le dimissioni del leader della giunta provvisoria che guida il Paese. Al centro delle proteste Hussein Tantawi che per vent’anni è stato a capo della Difesa quando governava Mubarak. I manifestanti chiedono anche che all’interno delle Forze armate vengano epurate tutte le componenti che in passato hanno avuto a che fare con il vecchio regime.

Insomma, secondo una fetta importante della società egiziana, il vecchio sistema di potere sta sopravvivendo con nomi e facce nuove: dai partiti ai vertici delle Forze Armate. Al centro delle critiche anche la decisione della Giunta per la data delle prossime elezioni: a settembre le legislative e subito dopo le presidenziali. Come ha denunciato sulle colonne del Corriere della Sera Ahmed Salah, uno dei leader della rivolta di gennaio, “E’ troppo presto, si devono ancora formare partiti liberi, manca una vera Costituzione, ci vogliono riforme. La gente prima di votare deve sapere chi è”.

Secondo molti osservatori, un voto così ravvicinato finirebbe per favorire i soli partiti con delle solide strutture organizzative alle spalle, da una parte i Fratelli mussulmani, dall’altra parte il Partito nazionale dell’ex presidente Mubarak. “In Egitto è in atto una cospirazione per uccidere la rivoluzione”, ha denunciato Salah che ha puntato il dito contro tutti i partiti che si sono accordati perché “non cambi niente”.

Le parole di Salah sembrano descrivere bene il sentimento di una parte sempre più larga dell’opinione pubblica egiziana che, come ha fatto venerdì scorso, è pronta a tornare in piazza Tahrir e a riprendere le proteste dal luogo simbolo della rivoluzione egiziana.