E’ iniziato lo scorso 30 marzo, con una seduta di ben venti minuti (dalle 8,40 del mattino alle 9) della VIII Commissione del Senato, l’esame in Parlamento di due disegni di legge sulla net neutrality. Il primo, il n. 1710, presentato nell’ormai lontano 23 luglio 2009 dal senatore Vincenzo Vita ed altri, e il secondo, il n. 2576, presentato solo nelle scorse settimane (24 febbraio 2011) dal sen. Butti ed altri.

La seduta è durata appena il tempo di consentire al sen. Baldini di illustrare per sommi capi il contenuto dei due disegni di legge e al sen. Vimercati di proporre un elenco di soggetti da audire e la costituzione di un comitato ristretto per la predisposizione di un testo unificato dei due disegni di legge, il cui esame è stato avviato congiuntamente al disegno di legge 1988 in materia di accessibilità dei siti internet da parte dei soggetti disabili.

Come ricordato dal relatore Baldini, entrambi i disegni di legge si soffermano “sulla necessità di garantire la net neutrality, definendola come il principio secondo cui una rete a banda larga debba essere ‘priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano all’interno della rete internet’” e rilevano la necessità di prevenire o regolamentare “i fenomeni di network management, ossia l’insieme di quelle pratiche che comportano l’utilizzo del traffico internet per varie finalità, privilegiando determinate comunicazioni elettroniche a discapito di altre”.

“Entrambe le proposte legislative” – ha spiegato il sen. Baldini nella propria relazione – “individuano nella salvaguardia del principio di neutralità della rete il presupposto indispensabile per la diffusione e lo sviluppo delle più avanzate tecnologie della conoscenza e dell’informazione, finalità che il disegno di legge n. 1710 punta a perseguire anche attraverso la promozione del software aperto.

Il recentissimo disegno di legge presentato dal sen. Butti, inoltre, prevede che “entro dieci mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge [data, allo stato, impossibile da prevedere ma non certo vicina, ndr] il ministro dello sviluppo economico, tenendo anche conto dei piani di investimento degli operatori privati, adotta con proprio decreto, d’intesa con le regioni e con le province autonome di Trento e di Bolzano, nel rispetto delle norme nazionali e comunitarie, un programma triennale per lo sviluppo e la diffusione sul territorio della connettività a banda largae che “il programma… realizza la finalità di cui al comma medesimo attraverso la rimozione delle carenze infrastrutturali del Paese e la realizzazione di un più efficace coordinamento fra interventi dei privati e contributo pubblico”.

“Agli oneri derivanti dall’attuazione” del disegno di legge si dovrebbe provvedere – stando a quanto previsto all’art. 7 – con un contributo di 50 milioni di euro all’anno per i successivi tre “mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2011-2013, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle finanze per l’anno 2011, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero dello Sviluppo economico”.

Centocinquanta milioni di euro in tre anni son decisamente pochini per sperare di colmare il digital divide italiano e, a parte questo, se si pensa che il disegno di legge Vita-Vimercati è stato presentato al Senato nel luglio del 2009 e ci son voluti quasi due anni perché ne venisse avviato l’esame con una seduta di venti minuti, riesce difficile credere che il Parlamento abbia davvero intenzione di occuparsi di net neutrality e diffusione della banda larga nel Paese.