Proteste in Yemen

Continuano i disordini nel mondo arabo. Dopo Tunisia, Libia ed Egitto, il vento di libertà e democrazia che sta spazzando via i vecchi dittatori ha contagiato anche il Medio Oriente e i paesi del Golfo Persico. Due su tutti: la Siria e lo Yemen. Il copione grosso modo è sempre lo stesso: la folla che scende in piazza e la polizia che spara, ferisce e uccide. E anche questo venerdì, giorno di preghiera per i fedeli mussulmani, è stato un giorno di sangue.

E’ successo questa mattina a Taiz, nel sud dello Yemen dove le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco sui manifestanti uccidendo due persone. La città è uno dei centri più attivi della protesta che da gennaio chiede la destituzione di Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni. Taiz è uno dei luoghi in cui la repressione del regime è stata più feroce. Secondo testimoni locali, i feriti negli scontri di oggi con la polizia yemenita sarebbero un centinaio, colpiti da bastoni, coltelli e armi da fuoco.

Nonostante le proteste stiano facendo vacillare il regime, il presidente yemenita ha respinto seccamente l’offerta arrivata dal Consiglio di cooperazione del Golfo. L’organismo che riunisce le monarchie della Penisola arabica aveva invitato Saleh a Riad, in Arabia saudita, per discutere assieme con i rappresentanti dell’opposizione della possibilità di un pacifico passaggio di poteri. La proposta elaborata prevede che il testimone passi al suo vice, Abdrabuh Mansur Hadi. In cambio al presidente e ai suoi familiari verrebbe garantita l’immunità da ogni processo. Secondo quanto ha riferito la televisione del Paese, il dittatore ha detto però di non accettare “nessuna ingerenza straniera in merito della crisi in corso nel Paese”.

Anche a Damasco il gruppo al potere parla di ingerenze straniere volte a destabilizzarela Siria. Secondo il presidente Bashar al-Asad, ci sarebbe la Giordania dietro le manifestazioni che da alcune settimane stanno scuotendo il regime. Anche in Siria è stato un venerdì di sangue con il suo amaro bilancio di scontri, morti e feriti in diverse località del paese mediorientale. Gli episodi più gravi si sono verificati a Daara, città del sud da cui è partita la protesta, dove i morti sono 27 e decine i feriti. Come riferiscono alcuni testimoni, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco mentre i manifestanti intonavano slogan a favore della democrazia. Ma la televisione di Stato ha dato un’altra versione. Le immagini hanno mostrato uomini armati e incappucciati con una kefiya rossa che sparano contro il corteo da alcune vie laterali. Una testimonianza che accrediterebbe la tesi del governo secondo cui sarebbero dei “terroristi internazionali” a soffiare sul fuoco della rivolta e ad aver ucciso 19 agenti di sicurezza. Nessun riferimento a vittime civili. In città è stata presa d’assalto e data alle fiamme una sede del Baath, il partito di governo siriano, ed è stata abbattuta una statua di Basil al Assad, il fratello defunto del presidente Bashar.

I disordini interessano anche altre località siriane. Violenti scontri si sono registrati oggi nella periferia della capitale Damasco. Secondo quanto riferisce la tv satellitare Al-Arabiya, alcuni agenti in borghese sono entrati all’interno della moschea di al-Rifai, nel quartiere di Kfar Suseh, picchiando i fedeli che intendevano uscire in corteo dopo la preghiera del venerdì.

Scontri anche nella parte settentrionale del Paese. A Homs il bilancio è di due morti. Come riferisce Al-Jazeera, la città è “assediata dalla polizia e dalle forze di sicurezza”, arrivate con i “carri armati”.