L’altra notte ho sognato che andavo a una festa molto esclusiva su una terrazza affacciata sul Pincio. Salivo un’ampia scalinata di travertino con la mia ex accanto. Ma la mia ex aveva solo le gambe: la parte sopra, dalla vita in su, semplicemente non c’era.

La cosa mi sembrava assolutamente normale, tant’è che arrivati sulla terrazza ci siamo messi entrambi a civettare, non senza una certa affettazione, con invitati composti solo dalla parte di sopra o dalla parte di sotto. Tutti, a quella festa, erano la metà di loro stessi.

I camerieri al bar erano solo busto, e ci servivano appoggiati sul bancone come ridicoli soprammobili animati. Quelli solo gambe, invece, giravano tra gli invitati col vassoio carico di bicchieri appoggiato sulle anche, come se qualcuno li avesse segati in due all’altezza dell’ombelico per sistemarcelo sopra. Nel sogno pensavo che anch’io dovevo essere solo metà, visto che lo erano tutti. Ma non sapevo quale, perché non avevo voglia di guardarmi.

Quando mi sono svegliato, era il 6 aprile. Due anni dopo il terremoto che ha spezzato in due l’Aquila, una città con ancora troppe macerie ed edifici in piedi solo a metà; il giorno dell’inizio del processo al Presidente del Consiglio per una vicenda che ha diviso in due l’opinione pubblica e dimezzato la credibilità internazionale del paese.

Mi collego al sito del Fatto per seguire la diretta in streaming e apprendo che, davanti al tribunale, metà della gente che si è radunata tifa per Berlusconi, l’altra metà per i giudici. E comincio a capire. A capire che nel sogno era normale perché è da un sacco di tempo, ormai, che ci siamo abituati a essere solo la metà di noi stessi.

Siamo di destra o di sinistra? Stiamo con Berlusconi o contro? Teniamo al nord o al sud? Facciamo entrare tutti o ributtiamo tutti a mare? Siamo per la scienza o per la religione? Per la vita o per la morte? Stiamo con chi lavora o con chi delinque? Contiamo sul merito o sulle amicizie? Siamo ottimisti o pessimisti?

La complessità sembra bandita per sempre dalla nostra esistenza: le circostanze ci obbligano a tagliare tutto con l’accetta e la cosa, a un certo punto, ha finito per prenderci la mano. – Zac! – Ci siamo tutti tagliati a metà.

Così adesso può capitare di svegliarsi in un paese diviso a metà, che lascia sempre le cose a metà e dove ogni cosa funziona a metà, dopo aver sognato di andarsene in giro con metà della propria ex, a spassarsela tra persone tagliate a metà senza sapere qual è la metà di sé a cui si è rinunciato, perché non ci va nemmeno di guardarci allo specchio. E anche questa è una cosa lasciata a metà.