il premier uscente portoghese José Sócrates

Adesso è davvero finita e non sarebbe potuto andare diversamente. Il governo portoghese firma la propria resa emettendo implicitamente quella sentenza che i mercati, che in queste cose sono sempre più lungimiranti degli esecutivi, avevano già ampiamente pronunciato da qualche giorno. Lisbona non è più in grado di camminare da sola. Schiacciata da un debito fuori controllo che non più essere rifinanziato, la nazione ha chiesto ufficialmente l’aiuto dell’Unione europea agganciandosi al treno di Grecia e Irlanda. Una mossa che, si spera, dovrebbe restituire un po’ di calma agli investitori. Arrestando nel contempo, ed è questa la scommessa decisiva, quell’effetto domino che da un anno a questa parte semina il panico nel Vecchio continente.

Le cifre ufficiali ancora non ci sono ma qualcuno ha già fatto i propri calcoli. Gli analisti concordano tra loro nell’ipotizzare un esborso totale di 80 miliardi di euro imponendo ai Paesi Ue un nuovo impegno congiunto. Il Telegraph, ha già stimato in 4,4 miliardi di sterline (5 miliardi di euro) il peso del contributo britannico in uno sforzo non troppo complicato di immaginazione che coinvolge ora tutte le altre nazioni. Chiamate a mettere in pratica l’unica terapia disponibile in un momento come questo in cui ogni altra alternativa risulterebbe, di fatto, inutile. Ma in fondo non è una grande notizia.

Già perché, come detto, la resa di Lisbona era nell’aria da tempo. E le analogie con i casi di Grecia e Irlanda si sono manifestate con una evidenza impressionante. Per mesi il governo ha tentato di rassicurare cittadini e operatori circa lo stato di salute del Paese. Ma i mercati hanno offerto un’interpretazione diversa. Qualche giorno fa, i tassi di interesse sulle obbligazione sovrane a due anni hanno raggiunto quota 8,15% superando addirittura il rendimento delle decennali. Come dire che il rischio di default di breve periodo era ormai giudicato più elevato rispetto a quello di lungo termine. Martedì il declassamento del rating da parte di Moody’s (Baa1), che aveva fatto seguito alle due correzioni al ribasso praticate da Standard & Poor’s (BBB-, ai limiti della zona retrocessione nell’area delle “obbligazioni spazzatura”), aveva dato l’ultima spinta decisiva. Lasciando il governo di Lisbona privo di scelta.

“Ho sempre detto che la richiesta di aiuto all’estero sarebbe stata la nostra ultima opzione – ha dichiarato il premier uscente (si vota a giugno) José Sócrates in un messaggio alla nazione trasmesso dalla tv pubblica portoghese – . Ora quel momento è arrivato”. Parole semplici e dirette che inquadrano al meglio la realtà delle cifre. Alla fine del 2010 il Portogallo ha evidenziato un deficit (gli interessi sul debito pubblico) pari all’8,6% del Pil, ben al di sopra della quota obiettivo che il governo aveva fissato al 7,3%. Una differenza che imporrà il recupero di altri due miliardi di euro a sostegno delle casse pubbliche. Il tasso di crescita resta inferiore all’1% mentre la disoccupazione interessa l’11,1% della popolazione, il livello più alto dal 1998. Nella sua ultima rilevazione pubblicata in questi giorni, la società londinese Cma ha evidenziato una crescita trimestrale del costo di assicurazione dei crediti con Lisbona che ora vale 544 punti base. La probabilità di una bancarotta nazionale a 5 anni è data ora al 40,1 per cento (contro il 43 dell’Irlanda e il 57,7 della Grecia).

L’intervento esterno dovrebbe calmare gli investitori. Ma la paura, inutile negarlo, è che l’effetto sia solo temporaneo. L’esperienza di Atene e Dublino ha dimostrato come i programmi di salvataggio possano rivelarsi sostanzialmente inefficaci. I fondamentali economici di Grecia e Irlanda continuano a evidenziare dati negativi suggerendo quella drastica soluzione che tanto spaventa il Continente: la ristrutturazione del debito con il conseguente taglio dei premi sui titoli di Stato. In pratica il coinvolgimento dei creditori nelle perdite totali. In estrema sintesi, il default tecnico. Sembrerebbe una soluzione logica se non fosse per le potenziali ricadute. La Spagna, dice l’ultima stima della Banca dei regolamenti internazionali, sarebbe esposta sul sistema finanziario portoghese per 109 miliardi di dollari. Inutile dire che una bancarotta tecnica a Lisbona finirebbe dunque per avere conseguenze potenzialmente gravi sul processo di recupero di Madrid. Un evento da evitare a tutti i costi, soprattutto alla luce del cosiddetto “decoupling” (ovvero il distaccamento dalla tendenza delle periferie europee) che caratterizza il Paese. Oggi, la Spagna ha collocato senza intoppi 4,13 miliardi di euro di titoli a tre anni con un rendimento medio del 3,568% contro il 3,592 registrato un mese fa. Un calo ridotto ma importante, indice di una fiducia costante degli investitori che, nel giorno del Requiem lusitano, appare a maggior ragione particolarmente significativa.