Non ho mai apprezzato Giuliano Ferrara e non cambio idea. Ieri sera ha dedicato i suoi cinque minuti di Radio Londra alla tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia. Ci ha spiegato che dobbiamo benedire il nostro sistema di vita, la nostra opulenza e che questa ricchezza diventa un magnete per i poveri dei paesi dell’Africa i quali, pur di arrivare al nostro “paradiso”, sono disposti a rischiare e a morire. Poi ha concluso che questo è il momento di dedicarsi alla “compassione”. Non so quanto sappia Ferrara di buddismo, ma il termine compassione, nella sua accezione profonda è proprio quello buddista. Condividere il sentire, dunque non condividere la sofferenza, il patimento. Sentire, ascoltare le emozioni, i bisogni, l’essere profondo del nostro simile, della Natura, sentire insieme addirittura l’essere profondo della nostra Terra.

Ferrara ritengo si riferisse invece ad una compassione cattolica, ovvero al condividere il patimento verso i poveri disgraziati morti affogati, inghiotti dal nostro eterno incubo della morte liquida. Una compassione che si identifica nella pietà; essa dura lo spazio di una cerimonia, di una commemorazione, di una corona e di una distratta prece.

Quello che manca a Ferrara – e temo manchi a questa piccola Italia, e più in generale alla nostra umanità – è invece la compassione di cui parlavo prima. Averla significa fare i conti con noi stessi, con la nostra indifferenza, con la nostra assoluta incapacità a porci domande, a fare i conti con la nostra opulenza occidentale.

Ferrara sostiene che è la ricchezza ad attrarre come un magnete i diseredati: ieri gli albanesi, oggi i magrebini. Ma è davvero così? Sono tutti attirati dalla ricchezza o sono spinti fuori dalla loro terra dal demone della povertà? Sono spinti dall’avidità, dalla voglia di diventare tutti ricchi, oppure a scaraventarli in mare è la disperata e fatale spinta del bisogno, dell’incontenibile bisogno dettato dall’istinto di sopravvivenza.

Io sono nipote di un clandestino. Mio nonno emigrò in America senza neppure i soldi per pagarsi un biglietto di terza classe. Era ignorante, analfabeta, non sapendo leggere si imbarcò sulla nave sbagliata e invece che nel New England finì sulla banchina del porto di Buenos Aires. Era spinto dalla fame, non dalla voglia di arricchirsi, non dall’avidità ma dal mero bisogno di sopravvivere.

Nei racconti dei disperati di Lampedusa o dei sopravvissuti all’incubo del Canale, ritrovo i suoi racconti, le sue paure, la sua fame e la sua disperata voglia di vivere. I suoi racconti di vecchio che parlavano di un ragazzo di diciassette anni, fuggito dalla miseria delle vigne sull’Etna, contenevano i racconti di mille altri: di mille che sono partiti e di mille che non ce l’hanno fatta. Narravano la paura e il terrore della morte che li accompagnava quando varcavano il mare Oceano nelle stive dei piroscafi: privi di aria, di luce, privi persino della dignità di morire guardando il cielo quando la nave per un capriccio del destino si inabissava. Prego, i signori si accomodino alle scialuppe, i cafoni nella stiva a crepare con i topi.

Siamo figli e nipoti e pronipoti di quei cafoni, di quei migranti sporchi e a volte cattivi (dall’altra parte dell’Atlantico non abbiamo portato, è bene ricordarlo, solo la pizza e la fatica di centinaia di migliaia di persone oneste, ma anche la Mano Nera e poi Cosa nostra). Abbiamo loro nel nostro sangue, nei nostri geni c’è il Dna di quelle donne e di quegli uomini che oggi abbiamo scordato, che abbiamo cancellato e che ci fanno vergogna. No, sbaglio. Non ci fanno vergogna, ci fanno orrore: essi ci ricordano la nostra povertà, ci ricordano di quando questo Paese era arretrato, sporco, miserabile come lo sono oggi molte di quelle terre d’Africa.

E fuggendo da questo orrore, scordiamo comodamente pure che le terre dalle quali arrivano i migranti di oggi sono le terre del nostro colonialismo d’avanspettacolo: Libia, Somalia, Etiopia, Eritrea. Faccetta nera, Tripoli bel suol d’amor e via cantando e massacrando. Terre che sono nella nostra storia, nella nostra cattiva coscienza e verso le quali abbiamo un debito che non abbiamo mai onorato con l’unica vera moneta possibile: la responsabilità.

Mondi, storie, ricordi che ci parlano della stessa povertà che oggi non vediamo più, anche se ci accompagna, nascosta dal nostro tenore di vita. Ci accompagna nella nostra isteria, nell’arroganza del nostro vivere da persone cosiddette civili.

Siamo più poveri dei popoli di cui abbiamo paura. Siamo poveri della nostra essenza di uomini, della nostra capacità di sentire gli altri. Siamo privi della nostra capacità di amare da quando abbiamo scambiato l’amore col possesso. Ossessionati dal prendere, ipnotizzati dalla nostra immagine, riflessa nello specchio che ci portiamo sempre dietro, al punto da non accorgerci che in quello specchio si riflette solo un’ombra, una forma vuota. Non siamo niente perchè si è niente quando si è persa la forza di rischiare per inseguire la vita, anche se per questo il prezzo può essere dover fare i conti con la perdizione e la morte.