Nella contrada Cavallo Bianco sull’isola di Lampedusa da tre anni cʼè una novità che in questi giorni in pochi, o forse nessuno, ricorda.Il 28 maggio del 2008 venne inaugurata unʼopera dʼarte di Mimmo Palladino chiamata Porta di Lampedusa, porta dʼEuropa. Una porta in ceramica di cinque metri di altezza e tre metri di larghezza per ricordare le persone morte nel mare di Lampedusa cercando di raggiungere quellʼestremo lembo dʼEuropa, geologicamente in terra africana.

Le notizie di questi giorni, le affermazioni dei nostri politici e i balbuzienti silenzi europei fanno riflettere su quanto unʼidea possa essere sconfitta e trascinata nel fango dallʼegoismo di ciascuno di noi. Quello che avviene in questi giorni su quei 20 chilometri quadrati ci dice quanto indietro ancora sia lʼidea vera di Europa e di civiltà legata al nostro essere europei. La prima debolezza è che ormai è lapalissiano che lʼEuropa unita, lʼUnione Europea stenta, fatica. Schiacciata dal suo burocratese e dai suoi mille compromessi, non riesce adavere una voce unica ed è vittima dei diversi venti e opportunismi politici che caratterizzano gli stati membri. La seconda debolezza è quella dellʼItalia e del suo governo che se da un lato dice allʼEuropa di starsene fuori dalle sue decisioni, dallʼaltro invoca lʼUnione solo quando ci sono danni da condividere.

Li chiamiamo clandestini, extracomunitari, li contiamo come vacche. Se ci dicono che dobbiamo accoglierli iniziano i rigurgiti di egoismi vari e si iniziano ad accampare le scuse più becere. Poi però ci riempiamo la bocca di belle parole, di peripli filosofici e siamo bravi in tanti ad andare alla messa della domenica, magari a sentirci proclamare il discorso della montagna. Rischiamo di perdere il senso della misura e il nostro governo lo ha perso già da un pezzo. Il rischio è di addormentarci sulle note di Meno male che Silvio cʼè, i vaneggiamenti di Capezzone e la eco del ministro Bossi che invita i profughi a “togliersi dalle palle”. Si togliesse lui e questo suo barbaro modo di “nobilitare” la politica.

La nazione però non ha colpe in questo senso. Se non cʼè un direzione chiara, non si potrà né essere dʼaccordo né essere contro e il rumore, la confusione regneranno sovrani. Allora tutti cercheranno la distrazione, in un talk show, in un reality, aspettando che qualcuno arrivi. Chi arriverà però saranno loro. Quelli che giunti a Lampedusa contiamo come animali, senza guardare ai loro sogni, alla loro umanità e alle loro sofferenze. Come se fosse normale prendere e salire su un barcone. La sfida è capire che il nostro destino, di tutte e due le sponde del Mediterraneo, è legato e non lo si può sciogliere.

Gli stati balbettarono nei Balcani degli anni ʼ90, ma le città e cittadini europei, come Bologna e la sua provincia, diedero una grande risposta di accoglienza e umanità. Tante di quelle persone scappate da quella guerra abitano oggi lo stivale e le terre europee o sono tornate a ricostruire sulle macerie che la guerra aveva lasciato delle loro case. Oggi lo sforzo che è richiesto a noi cittadini è lo stesso. È essere più avanti di chi ci governa e che non vuole dire la verità, che fa leva sulle nostre debolezze, su una crisi che non sa governare e risolvere e che ci rende insicuri, facili prede di populismi barbarici e demagogie razziste.

Ma gli italiani e gli europei sono molto di più. Hanno costruito quella porta a Lampedusa, una porta sempre aperta, realizzata nel nord, a Faenza, e nel sud, a Benevento. Sonolʼunità della nostra terra e della nostra passione che hanno costruito quel monumento, e con lui il suo simbolismo. Quella porta la si attraversa in silenzio e ricongiunge le due sponde, fa capire che il concetto di dentro e fuori è relativo. Esiste, uguale, visto da tutte e due le sponde.

E allora pronti ad accoglierli. I cittadini li accoglieranno nel loro quotidiano. Certo, non possiamo essere anime belle e i governanti dovranno fare di tutto per minimizzare i disagi e incentivare lʼintegrazione. Lo abbiamo già fatto, siamo capaci. Con queste esperienze dobbiamo forgiare la classe dirigente del futuro, una classe dirigente che partendo da esperienze come queste sappia essere responsabile e una volta alla guida di governi europei o dellʼUnione sappia che sono lʼaccoglienza e il senso civico che fanno di un popolo una nazione.

Lo dobbiamo, noi italiani, a chi 150 anni fa iniziò il percorso dellʼunità dʼItalia e lo dobbiamo agli europei che verranno dopo di noi, che oggi studiano nelle nostre scuole, che già colorano il nostro Paese e che un giorno dovranno prendere le redini di un continente che vuole e può essere migliore di quello di oggi.