Il professor Tito Boeri, docente di Economia del lavoro alla Bocconi e animatore del sito lavoce.info

“Se l’Italia non fa qualcosa per affrontare il problema dei giovani precari e disoccupati è spacciata”, dice a ilfattoquotidiano.it il professor Tito Boeri, docente di Economia del lavoro alla Bocconi e animatore del sito lavoce.info. Alla vigilia della manifestazione del 9 aprile, Boeri si augura che si assista a una piazza ricca di idee e proposte.

Professor Boeri, i precari, non potendo contare su strutture organizzate alle spalle, hanno deciso di unirsi autonomamente e scendere in piazza il 9 aprile per chiedere subito lavoro e diritti. È una mobilitazione necessaria?
Quando c’è occasione di far sentire la propria voce su certe tematiche è assolutamente necessario farlo. Serve andare al di là della protesta ideologica e sono sicuro che chi scenderà in piazza il nove aprile lo sa perfettamente perché è sotto gli occhi di tutti che la situazione che il nostro Paese sta vivendo va oltre il dramma. L’Italia vive una fase molto più drammatica di quanto il governo voglia lasciare intendere. Il problema del rapporto tra giovani e lavoro è completamente scomparso dall’agenda politica di questo esecutivo. Ho chiesto più volte i numeri sulle ultime assunzioni al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, in termini di contratti a tempo indeterminato e determinato, ma non ho mai ricevuto risposta. Ma sappiamo perfettamente che il 90 per cento delle assunzioni che oggi vengono fatte sono legate al precariato.

Perché i sindacati si sono accorti così tardi dei precari?
La richiesta di flessibilità del mercato del lavoro ha spinto per diverso tempo le rappresentanze sindacali a scegliere la via più facile: tutelare maggiormente quella parte di lavoratori assunti a tutti gli effetti che sono poi la fetta più rappresentativa per i sindacati. Paradossalmente, nel breve periodo ai sindacati una certa dose di precariato non ha fatto male perché ha consentito loro di aumentare il potere di trattativa a favore di chi il posto fisso già lo aveva. Ma il fatto che un periodo di forte disoccupazione corrisponda per alcuni ad un miglioramento della situazione lavorativa è un miraggio che non dura per molto tempo. Di questo se ne rendono conto anche i lavoratori non atipici. Perché se non si investe nei giovani il futuro per qualunque azienda è breve.

La ripresa dunque passa dai giovani?
Assolutamente sì. Il modo in cui il Paese riesce a reagire alla crisi è direttamente proporzionale all’uso che fa dei cervelli giovani e produttivi di cui dispone. In quest’ottica se l’Italia non fa qualcosa per affrontare il problema è spacciata. Spero di vedere una reazione sul piano nazionale, delle proposte serie e concrete, ma sono molto scettico. Io sono con i giovani e sono convinto del fatto che debbano organizzarsi per riprendere in mano il proprio futuro visto che non possono aspettarsi risposte da un Paese in stallo completo.

Cosa devono chiedere i giovani precari alla politica?
Di intervenire subito e con serietà, non con pseudo-ammortizzatori sociali che coprono a malapena i bisogni di chi un lavoro già ce lo ha.

Un augurio alla piazza del 9 aprile?
Di riuscire a svegliare un’Italia assopita e riprendersi in mano una vita che devono vivere in pieno. Sopratutto non credete a chi dice, come ha fatto più volte questo governo, che i giovani devono fare lavori umili. È un’impostazione sbagliata. La crescita e la ripresa passano per settori dinamici e importanti come il terziario avanzato. L’Italia è ricca di talenti che possono favorire lo sviluppo di certe realtà.