Ieri sera sono salito sul palco di piazza Santi Apostoli insieme a Fabio Granata. Ho manifestato per un paese liberato dall’anomalia berlusconiana. Per un paese in cui la parola “giustizia” diventi una parola seria. Una confessione: ieri sera è stata la prima volta che salivo su un palco, la prima volta che ci “mettevo la faccia”.

A dire il vero, è stata anche la prima volta che partecipavo a una manifestazione credendoci davvero, non per ragioni professionali ma per ragioni emozionali. E infatti ero emozionatissimo. Un bambino al suo primo giorno di scuola che guardava bandiere diverse davanti a lui, che guardava una piazza policromatica unita da un unico obiettivo: difendere la dignità del nostro paese. Una piazza che ha applaudito nonostante le differenze.

Sono salito su quel palco senza chiedere il permesso a nessuno, come direttore de “il futurista“, nella convinzione che la mia destra immaginaria (per dirla con Marco Travaglio), patriottica, democratica, laica e repubblicana, avesse l’obbligo di scendere in piazza. Di scendere in piazza con chiunque, anche con l’altro da sé, perché in questo momento è l’unico modo per dimostrare l’amore per la nostra Italia. L’unico modo per riscattare un paese che non si merita tutto questo. Un paese che non si merita Silvio Berlusconi.