Decrescita! Dice qualcuno. Benissimo, se decrescita significa ridurre gli sprechi, inquinare meno, abbattere la quantità di rifiuti prodotti, sono d’accordo. La prospettiva della decrescita “ecologica” la trovo necessaria e lungimirante.

Poi, però, è importante anche la crescita, la crescita economica. Anzi, nel caso dell’Italia, la non crescita economica. I dati degli ultimi dieci anni parlano chiaro. Il Pil, l’indicatore della ricchezza prodotta dal Paese – per quanto strumento riduttivo nell’indicare il benessere generale -, boccheggia ormai da tempo tra stenti, crolli, riprese impercettibili. Gli ultimi anni sono stati catastrofici: abbiamo segnato un – 1 per cento nel 2008; – 5 per cento nel 2009; e solo + 1,3 per cento nel 2010. Secondo un’indagine svolta da Confcommercio, dopo la crisi la ricchezza della famiglie è tornata al livello del 1999, un salto indietro di più di dieci anni.

Per recuperare il tempo perso, non ci sono dubbi: è importante che torni a crescere il Prodotto interno lordo.

Un Pil che cresce vuol dire posti di lavoro, soldi da spendere, e da investire; svicolando tra le mille caste d’Italia, può voler dire avere maggiore possibilità di mettere a frutto idee, di mettersi in proprio, maggior forza dei lavoratori per chiedere aumenti e diritti.

Ma come si fa a far crescere il Pil? A Berlusconi, figurarsi, è l’ultima cosa che interessa: con i suoi 6,5 miliardi di euro di patrimonio personale può stare più che tranquillo. Tutti gli altri, ciascuno guardando alla sua bottega, hanno la loro ricetta. Ma su un punto nessuno può obiettare: la crescita si rilancia con la domanda interna. Con i consumi degli italiani.

I consumi, però – basta chiedere ai pubblicitari – possono essere trainati solo dai giovani: nella fascia di età 20-40 anni ci sono coloro che si stanno costruendo una vita, una famiglia, coloro che spesso non hanno beni o rendite, e che spendono gran parte di quanto guadagnano facendo “girare l’economia”.

Ma in Italia proprio questa  fascia di età è la più martoriata economicamente. Un giovane su tre è disoccupato: gli altri si arrabbattano tra lavori precari, contratti a termine, finte partite Iva. Persino gli studiosi, i ricercatori, sono messi sulla graticola dalla riforma Gelmini che non dà nessuna certezza sul futuro lavorativo. I giovani professionisti, inoltre, quelli senza parenti e genitori pronti a passargli studio e clientela, sono messi al margine da ordini, corporazioni, in un sistema che è sempre conservativo e mai innovativo.

Questa precarietà è un dato strutturale: il Paccheto Treu (che introdusse le prime norme di “flessibilità” senza welfare), è del 1995, di sedici anni fa. La Legge 30 (o Biagi); del 2003: di otto anni fa. Non è più una situazione passeggera, ma la condizione di un’intera generazione.

Perciò la manifestazione di sabato “Il nostro tempo è adesso” che chiede diritti (a cominciare dagli ammortizzatori sociali) e sviluppo, non può essere considerata di nicchia, di parte: tutti i cittadini interessati al futuro e allo sviluppo dell’Italia dovrebbero farla loro. “Il nostro tempo” non è solo quello dei precari, è anche quello di un intero Paese. Che deve offrire garanzie e opportunità ai giovani se non vuole perire sulla strada di un declino altrimenti ineluttabile.