Rubare, condividere e diffondere idee non è mai un reato ma un dovere. Siamo felici di constatare come da qualche anno a questa parte la musica stia diventando non solo dissenso e denuncia del malgoverno, ma un’arma contro le mafie.

In controtendenza col nostro governo, il Museo della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, nato in memoria di chi ha lottato contro la mafia calabrese, punta sulla cultura e per la prima volta, coi proventi dei beni confiscati ai clan, insieme a pasta, vini e olio d’oliva extravergine, produce un disco, Resistenza sonora, uscito il 13 gennaio scorso e prodotto dalla Relief Records. Il disco è il secondo dei Kalafro, posse calabrese che (r)esiste in terra di ‘ndrangheta, e suona come un j’accuse nei confronti di una delle più potenti organizzazioni criminali al mondo. Il collettivo dei Kalafro recupera il sound e l’impegno degli anni ’90, fondendolo e contaminandolo con le priorie radici e i suoni del nuovo millennio in un riuscito e militante folk-hop.

La novità dei Kalafro è la loro militanza di racconto contro le mafie. Musica terrona e brigante che spara a zero contro il sistema politico mafioso che ci governa. Si schierano dalla parte dei migranti di Rosarno e dicono No al ponte sullo stretto convinti che sia “un regalo di Natale per mafiosi e criminali” e che, come direbbe don Ciotti, “il ponte più che unire due coste unisce due cosche”. Le rime dei Kalafro taglienti come rasoi, lontane dalla ridicola retorica gangsta, squarciano silenzi e anima infondendo speranza.

Kento, uno dei cinque Mc del gruppo, mi dice: “In strada a Reggio ci sono più gangster che a Compton e ovviamente per noi non è un motivo di vanto. Anzi, il nostro vanto è contrapporci a quella filosofia di vita. Un motivo in più per supportarli e diffonderli perché, come ci hanno ricordato in un brano di qualche anno fa, “i mafiosi su tutti infami, campanu nti spaddhi ri cristiani, i mafiosi su tutti infami, su a vergogna ri meridionali”.