Una mail e un video. Così Barack Obama, a venti mesi esatti dalle presidenziali 2012, inaugura la campagna per la rielezione alla Casa Bianca. La inaugura confidando nel Web, lo stesso strumento che fece la sua fortuna 4 anni fa. Nella mail, il presidente scrive di “non voler partire con costosi spot televisivi o con lussuosi eccessi, ma con voi – con la gente che si organizza nei quartieri, che parla con i vicini, con i colleghi e con gli amici”. Il video, dal titolo “It Begins With Us”, fa esattamente questo. Ed, Gladys, Katherine, Mike, Alice, comuni americani con radici in North Carolina, Nevada, Colorado, New York – il West, il Sud, le grandi pianure del centro e le città dell’Est – raccontano le loro attese, speranze, emozioni. “Sono nervosa”, confessa Gladys, sorridente comunque di fronte alla prossima sfida. “Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo visto il change”, spiega Katherine. “Da ragazzino speravo di aiutare Obama nella rielezione, ed è quello che farò”, dice il giovane Mike”. E “sfortunatamente Obama è uno solo, non può far tutto”, mette le mani avanti Alice, consapevole che le critiche, e molte, arriveranno.

Le facce e i pensieri da average Joe, da gente comune, scelti per inaugurare la campagna di Obama non devono comunque ingannare. Questa sarà la campagna più sofisticata, e costosa, della storia americana. Il presidente e il suo team lo sanno molto bene, e infatti da settimane hanno spedito a Chicago, ancora una volta quartier generale della campagna, l’ex-vice chief of staff Jim Messina, nominato responsabile delle presidenziali 2012. Nelle stanze ancora spoglie di tavoli, poster, telefoni, Messina ha già fissato gli obiettivi, soprattutto economici, della campagna. Ai 450 più importanti finanziatori ne ha dato uno particolarmente ambizioso: raccogliere 350 mila dollari ciascuno. “Questa potrebbe essere la prima campagna presidenziale della storia USA a costare più di un miliardo di dollari”, spiega Messina, ricordando che quella di Obama, nel 2008, era costata 750 milioni.

I soldi, tanti, saranno del resto necessari, se Obama vuole mantenere il controllo della Casa Bianca contro una schiera sempre più agguerrita di repubblicani: l’eterna promessa Mitt Romney; la favorita del Tea Party Michele Bachmann; l’ex-ambasciatore a Pechino Jon Huntsman. Tutti, con ogni probabilità, a rimproverargli l’andamento incerto e oscillante sulle guerre (nell’ultima, in Libia, Obama ha aspettato giorni prima di apparire in TV e spiegare agli americani la sua posizione); una ripresa economica che rimane fragile; tante promesse infrante (una per tutte, la chiusura di Guantanamo); e una politica energetica che, dal disastro di BP a quello di Fukushima, ha di molto ridotto le possibili opzioni.

L’Obama che si appresta a entrare in lizza per il 2012 è del resto un uomo, e un politico, molto diverso da quello che in un giorno freddissimo del febbraio 2007 annunciò, davanti al Campidoglio di Springfield, la sua candidatura. Allora, per il giovane senatore dell’Illinois (che a molti pareva una bella speranza, più che una possibile realtà), si trattava di denunciare i costi spropositati dell’assistenza finanziaria, un’economia che si avviava la collasso, la perenne dipendenza dal petrolio straniero e due guerre in cui gli Stati Uniti di Bush si erano impantanati, senza sapere come uscirne. Soprattutto, allora, si trattava di denunciare le “piccolezze della politica, il potere dei soldi e le divisioni intestine di Washington”. A tutti gli americani, la maggioranza, stanchi e sfiduciati, Obama veicolava un messaggio chiaro, quello del cambiamento, della speranza, che potevano essere realizzati in un solo modo: eleggendolo alla Casa Bianca.

L’Obama di oggi è tormentato dagli stessi fantasmi che lui evocava quattro anni fa. La fine della guerra in Afghanistan, con l’annunciato ritiro a partire dall’agosto 2011, resta un desiderio più che una realtà (in più, il presidente ha ora una sua guerra, in Libia, con cui fare i conti); gli effetti della riforma sanitaria, la più importante del suo primo mandato, si vedranno tra anni (opposizione repubblicana permettendo); il lavoro non è arrivato con la velocità promessa (anche se le ultime cifre sulla disoccupazione, scesa all’8,8%, potrebbero aiutarlo); il mito dell’infallibilità del presidente “star globale” è venuto meno, con la sconfitta alle legislative 2010. La tanto sbandierata fine della politica partigiana di Washington è poi rimasta sulla carta, e nei discorsi volatili della scorsa campagna: gli ultimi due anni e mezzo sono stati tra i periodi più incendiari della storia politica a stelle e strisce.

“Il presidente punterà sul fatto di essere salito alla Casa Bianca con il Paese a pezzi, e di averlo rimesso sul binario giusto. Ma ha bisogno di altri quattro anni per completare l’opera”, spiega Henry Berger, analista democratico. Soprattutto, verrebbe da aggiungere, Obama ha bisogno di ritrovare e rivitalizzare l’entusiasmo che, nel 2008, portò milioni di americani a guardare a lui come al profeta capace di mettere fine a otto anni di dèbacles e amarezze. Un compito difficile, quasi impossibile, perché il profeta in questi due anni è dovuto scendere in Terra e fare i conti con la realtà. “Non sono sempre d’accordo con lui, ma lo rispetto e mi fido”, dice nel video “It Begins with Us” Ed, seduto nella veranda della sua casa di campagna, in North Carolina. Ecco, “rispetto”, “fiducia”, concetti molto meno mirabolanti, più bagnati di realtà che “cambiamento” e “speranza”, saranno con ogni probabilità le parole-chiave di “Obama for President 2012”.