Sto due giorni a Zurigo, felicemente rinchiusa in un convegno sulla (agonizzante) lingua italiana. Non guardo la televisione. Non leggo i giornali. Ascolto. Critici, scrittori, professori. Recito il mio speech: “Le conseguenze delle parole”. Torno. Chiedo a M., che è venuto a prendermi all’aeroporto: “Che è successo di bello?”. Dice, più o meno:

Il Presidente del Consiglio è andato a Lampedusa, ha annunciato che in 48 ore risolve tutto, che si è comprato una casa, che toglierà le tasse ai lampedusani, che metterà un campo da golf e che aprirà un casinò. Il Presidente della Camera, invece, si è preso un giornale in faccia e un vaffanculo dal ministro della Difesa. Una deputata diversamente abile è stata apostrofata con la frase “handicappata di merda” o “del cazzo”, non mi ricordo. Il ministro della Giustizia ha tirato il suo documento di identità addosso al leader dell’Italia dei Valori il quale l’ha preso al volo e da allora lo mostra in televisione come un trofeo. Il Presidente della Repubblica si è detto preoccupato.

L’ho guardato, stava guidando. Era serio serio. Ho detto: “E poi?”. “E poi niente.”, ha detto lui. Ho scartato tutti i possibili commenti. Quelli spiritosi. Quelli disgustati. Quelli indignati. Quelli increduli. Dopo quattro minuti di silenzio, ho detto, a bassa voce: “Ma che cosa ci sta succedendo? Perchè non riusciamo a liberarci di questa feccia? Ci sarà pure un modo. Votare, partire, sparare, lasciarsi morire… Questo Paese è troppo migliore di chi lo governa, la forbice si sta aprendo. All’università, a Zurigo, la sala era piena di studenti di italianistica… si parlava di Gadda, di Svevo, di Pirandello… c’erano Ferroni, Barilli, Laporta… c’erano Scurati e Cavazzoni… Gli studenti, gli studiosi all’estero, ancora guardano all’Italia con passione, studiano la nostra lingua… Perché non riusciamo a reagire, a dire basta, a ricominciare a lavorare, a crescere, a pensare, a capire, a migliorare… che cos’è questo brutto incantesimo, perché non ci possiamo svegliare?”. Non ha risposto, M. , si è stretto nelle spalle. Oggi ho guardato, in rete, la registrazione video offerta in pasto a tutti noi da Repubblica. Il Presidente del Consiglio raccontava, con la verve ammuffita di un rianimatore di cariatidi, una barzelletta. Quella della mela che davanti sa di culo ma, se hai fortuna, girandola, sa di figa.

Attorno a lui, con impeccabili tempi da teledipendenti lobotomizzati, una quarantina di uomini adulti, hanno appaludito. Ridevano per la parola culo, per la parola figa. All’unisono. Con vigore. Avevano, tutti quanti, addosso, la fascia tricolore. (Buon compleanno, unità d’Italia!).

Allora ho capito. Dobbiamo incominciare dal basso, liberarci, innanzitutto, degli opportunisti, dei leccaculi, dei servi, degli imbecilli, dei cafoni, degli ignoranti. Dobbiamo togliergli il suo brodo di coltura (o cultura), lasciarlo a secco, sgominare i suoi sudditi dementi & disperati, i senzatalento, i senzadignità, i senzaprincipi… Coraggio. E’ un lavoraccio, lo so. Ma ce la possiamo fare.

(C’era una sola donna, in sala. Immagino che abbia riso anche lei).