Yemen, proteste anti-governative

Coprirsi il volto con un fazzoletto e lavarsi con bevande gasate, per superare gli attacchi compiuti dalla polizia con i gas lacrimogeni. In tasca sempre un pezzo di alio e dell’aceto “per eliminare il senso di soffocamento”. Sono queste alcune delle indicazioni pubblicate su Internet da un gruppo riformista siriano che ha organizzato le proteste di oggi contro il presidente Bashar al-Assad. “Coprite il vostro volto (soprattutto la bocca e il naso” con una sciarpa, si legge sul gruppo Syrian Revolution 2011, che su Facebook ha oltre 100mila fans. In vista delle manifestazioni previste dopo la preghiera di oggi, gli internauti suggeriscono di lavare la faccia con “Pepsi o altre bevande gasate” nel caso in cui si venisse attaccati con gas lacrimogeni dalla polizia. “Elimina un senso di bruciore dopo l’esposizione al gas”, si legge sul social network.

Le manifestazioni a favore delle riforme democratiche, che oggi si stanno svolgendo in Siria, Girodania e nello Yemen, seguono di due giorni il discorso che Assad ha pronunciato davanti al Parlamento. Da lui ci si si aspettava l’annuncio di riforme, tra cui la fine dello stato d’emergenza in vigore dal 1963, ma finora è stata solo indicata una Commissione incaricata di studiare possibili cambiamenti politici. Damasco giustifica lo stato di emergenza con le tensioni sempre in corso con Israele.

Siria. Un numero non confermato di manifestanti siriani anti-regime curdi musulmani e cristiani sono scesi in piazza stamani nel nord-est della Siria, nella provincia di Qamishli, al confine con Turchia e Iraq. Le fonti riferiscono di cortei di “migliaia di manifestanti”: ad Amuda, Qamishli e Tell Amar, Ras al Ayn, tutte località frontaliere, “curdi e siriaci sono scesi in strada fianco a fianco e gridano slogan: “Non vogliamo né l’arabo né il curdo, ma solo unità nazionale!”. Si tratta dei primi cortei non autorizzati dal regime siriano a marciare nella regione ricca di risorse energetiche e dall’alto valore strategico. Nel 2004, le forze di sicurezza di Damasco repressero nel sangue una rivolta di curdi siriani che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti fondamentali come cittadini del Paese.

Le proteste anti-regime in Siria si sono allargate anche ad altre importanti città del Paese, tra cui Homs e Hama a nord di Damasco, Latakia porto a nord-ovest della capitale e Dayr al Zor, nell’est. A Latakia, dove è schierato l’esercito e teatro nei giorni scorsi della violenta repressione delle forze dell’ordine, circa duecento giovani hanno tentato di montare alcune tende in una piazza cittadina per stabilire un “raduno permanente”. Più a sud, a Banyas, altra città costiera, è in corso un corteo di manifestanti che urlano slogan contro il Baath, il partito al potere da quasi mezzo secolo, così come a Homs e Hama, rispettivamente 180 e 220 km a nord della capitale.

Intanto a Duma, sobborgo nord-orientale di Damasco, migliaia di manifestanti siriani sono stati caricati dalle forze dell’ordine. In mattinata agenti in borghese avevano tentato di rinchiudere dentro la  moschea degli Omayyadi un migliaio di dimostranti anti-regime che poi sono riusciti a uscire a piccoli gruppi bersagliati dalle bastonate dei lealisti. Lo racconta all’agenzia di stampa Ansa l’attivista siriano per i diritti umani Wissam Tarif che interpellato telefonicamente, ha riferito che piccoli gruppi di manifestanti anti-regime vengono sistematicamente attaccati da centinaia di lealisti armati di bastoni, giunti nella piazza antistante all’ingresso principale dell’antico tempio islamico. Per i siti di monitoraggio Rassd e NowSyria, ci sarebbe almeno un morto tra i dimostranti fatti uscire a forza dalla moschea.

Yemen. Centinaia di migliaia di manifestanti rivali hanno invaso le strade della capitale yemenita, Sanaa, dopo la consueta preghiera del venerdì. La città è stata letteralmente spaccata in due, con le forze di sicurezza a evitare possibili scontri. Da un lato i sostenitori del regime arrivati in massa con le auto dalle aree più remote del Paese con bandiere e poster giganti del presidente, Ali Abdullah Saleh, hanno invaso il lungo viale che porta a Piazza Sabine, poco distante dal palazzo presidenziale, gridando “il popolo vuole Saleh”. Poco distante l’opposizione, separata dai rivali da molti posti di blocco della polizia, si è radunata nel campus universitaro in quella che è stata ribattezzata la ‘Piazza del cambiamento’.

Saleh ha più volte cercato di placare la protesta con una serie crescente di concessioni: prima ha promesso di non ripresentarsi per un nuovo mandato presidenziale, nel 2013; poi si è impegnato a dimettersi entro la fine dell’anno; ma i manifestanti non hanno mollato la presa continuando a chiedere che lasci immediatamente. Il presidente poi, davanti al Parlamento, ha più volte agitato lo spettro della guerra civile e della disintegrazione qualora venisse rimosso da un colpo di Stato, ma dopo la feroce repressione del sistema del 18 marzo ha provocato il massacro di 52 manifestanti, e la dichiarazione dello stato di emergenza, molti ambasciatori, deputati, capi tribù e alti ufficiali dell’esercito, tra cui il potente generale Ali Mohsen, si sono schierati contro Saleh passando dalla parte dei manifestanti. Il presidente yemenita, e il potentissimo generale Mohsen starebbero trattando le modalità della transizione dei poteri, ma senza trovare un accordo sulla data dell’uscita definitiva di scena di Saleh. Le proteste contro Saleh, da 32 anni alla guida della penisola arabica, iniziano a preoccupare le diplomazie occidentali che temono che le varie cellule di Al Qaeda già attive possano rafforzarsi ulteriormente in assenza di uno Stato forte.

Giordania. Nuovo venerdì di protesta in Giordania dove cinquecento giovani si sono radunati ad Amman, davanti al sede del Municipio, invocando riforme costituzionali e lotta alla corruzione. Poco distante, un gruppo di circa 50 supporter di re Abdallah esprimeva solidarietà al sovrano. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso, in cui era morto un dimostrante e ne erano rimasti feriti 160, il governo ha vietato ai lealisti di scendere in strada. Al movimento di opposizione ’24 marzo’, composto attualmente solo da islamisti dopo la fuoriuscita per “motivi ideologici” di sinistra e nazionalisti, sono state concesse apposite aree per le manifestazioni. “Abbiamo intenzioni pacifiche ma un governo che uccide i suoi cittadini non è degno di fiducia e non può guidare il suo popolo. Abbiamo bisogno di un esecutivo di unità nazionale”, ha spiegato Zaki Bani Rsheid, capo dell’ufficio politico del Fronte Islamico di Azione.    

Amman, comunque, oggi appariva blindata, con uno schieramento di 400 agenti nelle strade principali  mentre il Centro nazionale giordano per i Diritti umani ha inviato alcuni osservatori per vigilare sulle manifestazioni. Dopo le violenze della scorsa settimana, 15 membri della neonominata Commissione per il dialogo nazionale si erano dimessi, bloccando di fatto il lavoro dell’organismo incaricato di traghettare il Paese verso le riforme richieste a gran voce dalla piazza. Dopo un incontro con re Abdallah, tuttavia, gran parte dei componenti ha ritirato le proprie dimissioni.