Sembra proprio aver gettato la spugna la famiglia Malaguti, proprietaria dell’azienda che dal 1930 produce scooter, annunciando la cessazione della produzione a partire dal 15 aprile e gli unici a farne le spese potrebbero essere i lavoratori. La crisi non ha certo aiutato e la vendita dei motocicli è colata a picco negli ultimi due anni e questo ha comportato ventiquattro mesi di cassa integrazione ordinaria a rotazione trasformata poi in cigs nel novembre scorso, tuttavia secondo la Fiom quello che è mancato è stato anche un piano industriale di rilancio supportato da investimenti seri.

“Dai bilanci – osserva Giuliana Righi di Fiom-Cgil – è emerso che da almeno due anni l’azienda non investe e in questo periodo di crisi invece di sperimentare nuovi prodotti ibridi per esempio, ha preferito restare immobile, non intaccate il suo patrimonio che è cospicuo, quasi convinta che il Italia non si possa più produrre motocicli vista la concorrenza delle aziende orientali”.

Nel corso del tavolo di crisi che si è tenuto ieri in Provincia Antonino e Marco Malaguti hanno dichiarato di non avere ancora trovato un acquirente per l’azienda o dei validi partner finanziari, che secondo i proprietari sarebbero necessari al rilancio della produzione in Italia e l’espansione sul mercato estero. Vista la situazione i patron Malaguti hanno dunque deciso di fermare la catena di produzione pur non chiudendo l’azienda e darsi un paio di mesi per continuare la ricerca di un acquirente. Al termine del periodo di verifica, se non si dovessero vedere acquirenti la proprietà sembra non escludere di mettere l’azienda in liquidazione o di restare aperti mantenendo solo il settore dei ricambi e dell’assistenza ma non la produzione. Questo significherebbe dare lavoro ad appena una ventina di dipendenti.

Malaguti non è dunque un’azienda che rischia il fallimento, ha basi patrimoniali solide secondo il sindacato, quindi “se cadrà, cadrà in piedi”. Sulla possibilità poi che un’azienda che ha fermato la produzione possa essere venduta facilmente ci sono diversi dubbi da parte del sindacato e a ben pensarci è una questione di buonsenso. Fermare la produzione significa ad esempio interrompere le relazioni con i fornitori prima di tutto, e un ipotetico acquirente dovrebbe ricostruirle quasi da capo: questo significa tempo e denaro.

Inoltre la questione dei fornitori è un altro dei punti dolenti della situazione a quanto dice Righi, infatti la chiusura dell’azienda metterebbe in ulteriore crisi un indotto locale già indebolito che coinvolge un numero di lavoratori quattro volte superiore a quello degli effettivi dipendenti Malaguti. Senza contare poi che proprio la crisi dei fornitori, ad esempio Paioli che forniva le forcelle e oggi in liquidazione, è stata definita dalla proprietà come una delle giustificazioni per fermare la produzione.

“Ci hanno detto – spiega Sabrina Franchini, rsu aziendale della Fiom – che la catena si ferma anche perché non arrivano più componenti dai fornitori”. In realtà sempre secondo il sindacato gli ordini sarebbero cessati ormai tre mesi fa, inoltre sempre prendendo ad esempio Paioli, a ben guardare è difficile credere che questa fosse l’unica azienda produttrice di forcelle esistente. “Anche cercare nuovi fornitori – osserva ancora Righi – significa rilanciare l’azienda e investire, ed evidentemente a Malaguti questo non interessa per ora”.

La dichiarazione di ieri dei Malaguti ha gettato nello sconforto i 190 lavoratori dell’azienda di Castel San Pietro, che già oggi però hanno reagito mettendosi in sciopero. “Andremo avanti con lo sciopero decidendo giorno per giorno il da farsi” ha detto Franchini testimoniando la determinazione dei dipendenti a non arrendersi, anche perché arrendersi significherebbe essere catapultati su un mercato del lavoro in questo momento incapace di assorbirli. Si tratta di lavoratori difficili da ricollocare – spiega Righi – tra loro ci sono tantissime donne e in generale pochissimi tra loro sono vicini all’età della pensione”.

Nel frattempo una buona notizia è arrivata questa mattina per i lavoratori della Verlicchi di Zola Predosa, infatti dopo la delusione per il rinvio al 15 aprile dell’udienza per l’istanza di fallimento avvenuto ieri per motivi tecnici legati ai tempi di notifica alla controparte, questa mattina il Tribunale ha intanto disposto il sequestro cautelativo. Da oggi il custode dell’azienda è il sindaco di Zola Predosa Stefano Fiorini, questo permetterà, almeno in parte, ai dipendenti Verlicchi che da venti giorni presidiano la fabbrica notte e giorno, di allentare il controllo in attesa dell’udienza e di conoscere il loro futuro lavorativo.