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Iside Gjergji
Sociologa e giurista

Migranti, c’è qualcosa di immondo

Lampedusa scoppia. I movimenti degli immigrati non si arrestano. Gli abitanti dell’isola si sentono abbandonati, tremano, sono già una minoranza. Il governo latita. E allora? Che si fa? Respingerli, respingerli in mare – e che diamine! – risponde Concita De Gregorio nell’editoriale sull’Unità di oggi:

«…Esiste una legge sui respingimenti. Esistono norme che stabiliscono un tipo di accoglienza per chi è rifugiato e per chi non lo è. Chi fugge da una guerra ha diritto di essere accolto. Chi viene perché pensa che qui troverà un lavoro più redditizio o semplicemente un lavoro non ha lo stesso diritto nella stessa misura. È una distinzione a tutela di chi ha davvero bisogno. Non è una buona legge, certo, ma c’è e deve essere applicata. Molte delle persone che arrivano non hanno i requisiti per restare. Molte altre sì. Metterle tutte in un unico calderone, non respingere chi si dovrebbe respingere per esasperare gli animi delle popolazioni locali, per alimentare la paura, per dimostrare che l’onda biblica è ingovernabile è un miserabile tranello mediatico. Si può governare, si deve. Si può distinguere, osservare, riconoscere, capire».

Quindi, per ricapitolare, la direttrice de L’Unità chiede che siano passate al setaccio, direttamente in mare, le masse di immigrati che tentano di raggiungere Lampedusa. Tanto – penserà sicuramente la direttrice – è facile “distinguere, osservare, riconoscere, capire”, anche semplicemente guardandoli in faccia con un binocolo, da lontano, quali sono profughi che fuggono dalla guerra e (spesso) dalle bombe occidentali e quali, invece, sono “semplici” poveri, ridotti alla fame dalle scellerate politiche liberiste imposte dalla globalizzazione economica. Dunque, il concetto è chiaro: c’è guerra e guerra. Quella tradizionale, con le bombe e l’uranio impoverito ti dà diritto ad entrare in Europa, quella economica, invece, in cui muori lentamente di fame o di malattie, è altra cosa.

Eh, non scherziamo! Non possiamo mettere tutti «in un unico calderone». Non possiamo mica fare il gioco della Lega, sembra dirci tra le righe la De Gregorio. Per sottrarci dal tranello mediatico e politico, infatti, suggerisce di respingere gli immigrati in mare. Ma poi – tuona severa la direttrice – di che stiamo a parlare? C’è la legge, o no? La legge va osservata, anche se fa schifo ed è razzista. Insomma, lei urla ai membri del governo – nella speranza di scuoterli dal torpore – che fascisti siete? Quando ci farete vedere che lo siete per davvero? Se non ora, quando?

Vengono i brividi a leggere un editoriale del genere sul giornale fondato da Gramsci e vengono in mente le parole di un altro giornalista italiano, Luigi Pintor, che alcuni anni fa, su Il Manifesto, così scriveva a proposito degli immigrati e del modo in cui la politica e i giornali li trattavano:

«C’è qualcosa di immondo, di veramente immondo, nelle grida che ogni giorno e in ogni circostanza e da ogni pulpito vengono lanciate contro l’immigrazione di ogni colore e provenienza. C’è una vera e propria gara tra i governanti di oggi e quelli di domani a chi tambureggia più forte. Suonano i loro corni come in una partita di caccia alla volpe e tutti indossano stivali da campagna elettorale. Cercano e trovano le parole più truci, quelle più adatte a fare di un problema una piaga e ad accrescere il terror panico. Il presidente della Repubblica erige “muri”. Il cortese Veltroni usa la “mano dura”. Il padano Pagliarini si congratula anche se ancora non si spara in alto mare contro i clandestini. Il catanese Bianco vuole “fare di più”. Il socialista Amato dice che l’immigrazione produce fascismo: eccolo qua il fascismo, sotto i nostri occhi e dentro i nostri timpani.

Si parla di immigrazione clandestina, beninteso, perché l’extracomunitario in regola con le impronte viene invece accolto fraternamente nei recinti di filo spinato, nelle aziende nere del nord-est e nei campi rossi di pomodori del sud-ovest, nei quartieri residenziali dove porta a spasso il cagnetto comunitario. Purché stiano entrambi a quindici metri di distanza dai luoghi di culto. […] Ogni mattina ognuno di noi comunitari, quando si alza dal letto per affrontare le durezze dell’esistenza, dovrebbe ringraziare il suo dio per essere nato da queste parti. Alla domanda rituale “come stai?” puoi rispondere tranquillamente “benissimo, non sono un immigrato”. Anche se hai il cancro. […] Sì, c’è qualcosa di immondo in Danimarca».


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