Nel giorno in cui dopo otto anni Silvio Berlusconi, attesissimo, torna in tribunale a Milano e alla Camera arriva il processo breve con la nuova norma ad personam per far cadere in prescrizione il processo per corruzione giudiziaria dell’avvocato inglese David Mills (giudicato dalla Cassazzione corrotto), il maggior partito d’opposizione si chiude nella propria sede per la direzione nazionale.

Una riunione “morbida”, dicono dal Pd. Nonostante le voci dissonanti nei confronti del segretario, che per ben due volte ha preteso il voto sulla sua linea politica, la direzione si è chiusa con una “pace temporanea” e una apparente concordia. Lo scontro è solo rimandato. A dopo le amministrative di maggio. E il risultato delle urne sarà determinante. La battaglia dipenderà infatti dall’esisto del voto. “Ci aspettiamo un incoraggiamento per aprire la strada del cambiamento”, dice Pier Luigi Bersani al termine della direzione. I problemi interni? Le diverse aree, ha assicurato, “sono una ricchezza” purché “non si cristallizzino in correnti”. E il segretario non ha nascosto una preoccupazione per le uscite dal Pd. Tuttavia, ha ammonito, “non bisogna applaudire” quanti se ne sono andati perché “hanno torto”. Punto.

La minoranza ha digerito l’invito all’unità, lasciando correre la frecciata che Franco Marini ha lanciato sabato agli ex Ppi, paragonandoli ai Responsabili e oggi definita “richiamo paterno” dall’ex presidente del Senato. Gli animi in contrasto sono molti. Ci sono i delusi dall’apertura alla Lega sul decreto del federalismo regionale. Ci sono i veltroniani, che chiedono un surplus di riformismo. E tanti che vorrebbero andare perché convinti che la linea originaria sia stata tradita ma rimangono perché “poi gli elettori non ci rimproverano la mancanza di pluralismo ma piuttosto le nostre divisioni”, ha colto nel segno Bersani. E se con il segretario si schiera Dario Franceschini, Modem, la minoranza di Veltroni, Fioroni e Gentiloni, evita affondi ma non manca di ribadire che, sostiene Giorgio Tonini, “il pluralismo non è un inciampo all’unità ma un elemento importante per allargare il consenso”. Anche perché, incalza Lucio D’Ubaldo, “la competizione elettorale si svolge sia alla destra sia alla sinistra del Pd”. E a quella la minoranza guarda come “banco di prova” per la tenuta del partito e come test sul segretario.

E così la direzione nazionale del Pd si chiude con un nulla di fatto. Il 13 gennaio riuscì a fare di peggio. Si discuteva il legittimo impedimento e c’era il referendum Fiat a Mirafiori. Una giornata piuttosto importante che, per una volta, metteva gli esponenti del Pd in una posizione di forza: dovevano solo commentare. E invece cosa fanno? Convocano la direzione nazionale e riescono a scannarsi tra di loro. Su cosa? Su quello che era il punto forte del partito: le primarie. Con Bersani che propone di congelarle, provocando un terremoto con frane interne, ricomposte poi solo grazie a un passo indietro e la promessa: “Ne riparleremo più avanti”. Perché c’erano le amministrative da pianificare e a Milano per scegliere il candidato sindaco della coalizione le primarie erano già state fatte. Proprio come lo scorso 13 gennaio, anche oggi il maggior partito d’opposizione si estranea dalla realtà politica del paese per affrontare i propri problemi interni e trova sempre la solita soluzione: rimandare.

Ps: Per Silvio Berlusconi stamani, fuori da palazzo di Giustizia a Milano, c’era uno striscione: “Bentornato”. Anche al maggior partito d’opposizione molti vorrebbero poter dire “bentornato”.