Il sindaco dimissionario dell'Aquila Massimo Cialente

Mancavano 24 ore allo scadere dei 20 giorni per ripensarci. Massimo Cialente ha ritirato in extremis le sue dimissioni da Sindaco dell’Aquila. Era il 7 marzo quando Cialente, ritenuto di non aver più una maggioranza, si era dimesso definendo la sua decisione irrevocabile. Il 17 marzo, in segno di protesta, aveva occupato il Comune dell’Aquila e aveva rinunciando a partecipare alle celebrazioni per l’Unità d’Italia, raccogliendo la solidarietà di una buona parte dei suoi concittadini per il gesto. In quell’occasione, aveva dato qualche segno di ripensamento. Oggi, infine, la marcia indietro, con la consegna formale dell’atto di ritiro delle dimissioni al Segretario generale del Comune. Ma cos’è cambiato, dal 7 marzo?

Ieri pomeriggio Cialente ha partecipato ad un incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il Presidente della regione Abruzzo e Commissario per la Ricostruzione Gianni Chiodi e il vicecommissario Antonio Cicchetti. Un incontro al vertice durante il quale si è ottenuto un cambio di modello nella governance: niente più ordinanze, niente più decisioni non condivise. Raggiunto al telefono, Cialente conferma il ritiro delle dimissioni.

Motivazioni?
«La prima: se non le avessi ritirate, gli aquilani mi avrebbero ucciso».

Lo scrivo letteralmente?
«E’ una battuta, però in moltissimi mi hanno chiesto di tornare sui miei passi. Io, quando ho rassegnato le dimissioni, ho inteso richiamare alla responsabilità sia la maggioranza sia la minoranza del Consiglio comunale: si risentiva di un clima sempre più confuso rispetto alla ricostruzione. E poi, volevo attirare l’attenzione del Governo, che ieri, grazie a Letta, ha prestato attenzione alle istanze dell’Aquila. L’interesse è solo quello di avere una ricostruzione che parta subito».

Subito”. Diciamo dopo due anni dal terremoto.
«Be’. Bisogna essere oggettivi. Sulla costruzione della città temporanea (le famigerate C.A.S.E., ndr), c’è ancora polemica, però, giusta o meno che fosse, ormai è stata fatta. La ricostruzione che abbiamo chiamato leggera, delle case “B” e “C” (quelle con danni meno gravi, ndr), è stata fatta dal Comune e siamo a buon punto. Quello che manca è la ricostruzione pesante (15mila abitazioni, ndr), che era ferma, con un ritardo terribile».

Ma le C.A.S.E. sono state imposte. E lei, dopo le dimissioni, ha usato parole dure nei confronti dei commissariamenti in un’intervista a Radio Vaticana. Conferma?
«Certo. Questo è il problema: le decisioni dall’alto. Di fronte a una tragedia così c’è un solo modo per agire: sedersi intorno a un tavolo, con tutti gli uomini di buona volontà. E prendere decisioni insieme. Ieri ho ottenuto nuove linee guida in questo senso. Certo, dietro c’è stato uno scontro politico. Ma chi ha voluto che la ricostruzione fosse tutta in mano agli aquilani, è stato anche Letta, che, insieme a me, ha fatto questa battaglia.»

Lei continua a ringraziare Letta. Però alcuni suoi concittadini la accusano di essere stato troppo debole con chi ha deciso dall’alto. Come risponde?
«E’ chiaro che ho una visione parziale. Ma io ho legato indissolubilmente la mia vita alla città: divido le persone fra coloro che fanno per la città e coloro che non fanno. E sulle questioni centrali, Letta è sempre stato dalla parte degli aquilani».

Ma non crede, invece, di aver provato ad accontentare un po’ tutti?
«No. Io dovevo fare gli interessi della città e dei cittadini in ogni secondo. Che poi io possa indovinare esattamente quel che è giusto per la città, be’: non sono il depositario della verità. Però sono il sindaco, ho delle responsabilità, me le assumo fino in fondo.»

E non le sembra di aver perso credibilità, dando le dimissioni e poi ritirandole?
«No. E se anche fosse, non è un problema di credibilità. Bisogna ottenere risultati e per la mia città sono pronto a qualsiasi cosa. E credo che i miei concittadini abbiano capito che sto facendo battaglie e non risparmio nessuno. Né il Governo, né altro».

E quindi, concretamente, cos’ha ottenuto, per ritornare sulla sua decisione?
«Un cambio del metodo di governance. Non mi interessava cambiare la governance (questo significa che Gianni Chiodi e Antonio Cicchetti rimarranno al loro posto di commissario e vice, ndr), perché c’è una legge che va in aula i primi di aprile (la legge di iniziativa popolare, ndr). Ma mi interessava cambiare il metodo. Ora i Comuni avranno di nuovo un ruolo centrale, con decisioni che, finalmente, verranno prese in modo partecipato. E i bilanci verranno fatti con la Ragioneria dello Stato».

Sì, ma le daranno 25 milioni di euro. Lei ne chiedeva 32, per coprire il buco di bilancio dovuto alla mancata riscossione di tasse e tributi.
«Valuteremo con la Ragioneria dello Stato: è giusto che lo Stato metta quel che serve al Comune. Non un centesimo di più, non un centesimo di meno. L’avevo chiesto anche l’anno scorso, l’intervento della Ragioneria di Stato, poi però ci sono sempre gli scontri politici. Trovo immorale che in un posto dove c’è un rischio per le persone, i terremotati, ci possano essere i riti della politica. Mi scandalizza la ritualità della politica. Credo che la gente sia molto più avanti della politica raccontata».

A proposito di racconto, ha visto la puntata di Forum di venerdì sull’Aquila?
«Non vedo Forum, ma ho letto la notizia. Mi pare che la Pezzopane abbia reagito nel migliore dei modi. Sono certo che Rita Dalla Chiesa sia una persona per bene e che vorrà venire di persona a vedere qual è la situazione dell’Aquila, E potrà anche fare controinformazione rispetto al Tg5 che, nella persona di Guido Del Turco, ha rifatto uno dei soliti servizi allineati».

Quindi? Ottimismo per il futuro?
«Non so se parlare di ottimismo: la vita all’Aquila, oggi, è davvero difficile. Intanto, ringrazio gli aquilani che continuano a crederci: penso che ce la possiamo fare. Ieri si è recuperato un metodo, nei prossimi mesi valuteremo gli effetti».