Riprende in Corte di Assise a Trapani il processo per il delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista, fondatore di Lotta Continua, e che a Trapani arrivò guidando la comunità di recupero per tossicodipendenti Saman. All’attività di terapeuta affiancò quella di cronista, divenendo capo redattore della tv privata Rtc. I suoi editoriali secondo le conclusione di una indagine andata avanti tra archiviazioni e clamorose svolte, hanno armato la mano dei mafiosi che avevano fastidio dei suoi interventi giornalistici. Era il 26 settembre del 1988 quando Rostagno fu ucciso, proprio a poca distanza dal cancello della Saman, nelle campagne di Trapani. Ci sono voluti quasi 23 anni per arrivare a questo dibattimento, i pm della Dda Antonio Ingroia e Gaetano Paci hanno parlato di depistaggi nelle indagini, le prime battute del processo hanno offerto il forte contrasto tra Polizia e Carabinieri sulle piste da seguire.

Nel 1988 la Polizia con l’allora capo della Squadra Mobile, Rino Germanà, oggi questore a Piacenza, il dirigente di polizia sfuggito nel 1992 ad un agguato dei killer Messina Denaro, Bagarella e Graviano, firmò un rapporto dove indicava la matrice mafiosa del delitto. Nello stesso periodo i carabinieri seguivano la pista interna alla Saman, il generale Nazareno Montanti sentito in aula dopo Germanà ha sostenuto che per loro non c’erano elementi investigativi che potevano fare ricondurre alla matrice mafiosa, posizione che il pm Gaetano Paci ha stigmatizzato in modo emblematico, “i carabinieri – ha detto – hanno sbeffeggiato la pista mafiosa”. Imputati sono il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e il killer Vito Mazzara, già condannati all’ergastolo per altri reati.

Il delitto Rostagno è maturato secondo la ricostruzione dell’accusa in un contesto dove Cosa nostra aveva paura che Rostagno in tv giungesse a denunciare le connessioni che andavano maturando nel tempo e che oggi hanno portato a quella cosiddetta mafia sommersa che non vive più di racket e tangenti, ma gestisce imprese e appalti pubblici. Anche se le cose più clamorose che stanno emergendo sono i non ricordo di alcuni investigatori, come quelli dei carabinieri che addirittura hanno perduto memoria di alcuni interrogatori di Mauro Rostagno come persona informata sui fatti. Era il 1988 e Rostagno si occupava dello scandalo relativo alla scoperta di una loggia massonica coperta, la Iside 2, dei delitti di mafia, dei grandi appalti che a Trapani finivano in mano ai cavalieri del lavoro di Catania, o ancora ai buchi di una cassa rurale locale da dove sparirono di colpo 7 miliardi di vecchie lire.

Rostagno denunciava la mafia e le sue commistioni in un periodo in cui si diceva che a Trapani la mafia non c’era e a dirlo era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci. A ricostruire buona parte di questa vicenda è stato lo scrittore Salvatore Mugno nel libro “Mauro è vivo”. Da cosa partiamo? Cominciamo da un editoriale di Rostagno fatto in tv a Rtc il 22 febbraio del 1988. Sono i giorni a Trapani dell’esplosione del caso Iside 2, della loggia massonica coperta, e deviata, trovata dalla Squadra Mobile dietro il paravento di un centro culturale, il centro Scontrino, a muoverne le fila un professore di filosofia, Gianni Grimaudo, un agente di viaggio, Natale Torregrossa, e poi una serie di personaggi. Gli elenchi trovati erano pieni di nomi “pesanti”, politici, burocrati, dirigenti di banca e di prefettura, “questurini”, e con loro mafiosi. Il circolo Scontrino era una pentola che ribolliva di malaffare e intrecci. Nel verbale finito dimenticato dai carabinieri c’è un passaggio che svela come Gelli, il capo della P2, aveva incontrato i massoni trapanesi addirittura in casa del boss mafioso mazarese Mariano Agate.

Da qule 1988, gli argomenti toccati da Rostagno si fanno via via sempre più delicati. Rostagno parla di appalti pubblici, della costruzione di case popolari, dell’aeroporto, della presenza a Trapani di grossi gruppi imprenditoriali catanesi, i Costanzo, i Rendo, i Graci, soci della “Recogra” l’impresa che costruirà l’aeroporto Vincenzo Florio, 10 miliardi stanziati negli anni ‘80. A vigilare sul cantiere sono i fratelli Minore, capi mafia di Trapani. E in uno degli ultimi editoriali Rostagno parlò di Ciccio Pace, il personaggio riconosciuto capo mafia di Trapani nel 2001, nominato erede di Vincenzo Virga da Matteo Messina Denaro in persona, di lui Rostagno dice che è imprenditore grazie ai mafiosi.

Rostagno forse non lo sa ma va muovendosi attorno alla galassia mafiosa che circonda il boss Mariano Agate. Il nome di Ciccio Pace, Rostagno lo fa diverse volte e lo collega allo scandalo dell’epoca relativo alla Cassa Rurale Ericina, fondi neri e fatture false, complici proprio i cavalieri del lavoro di Catania, Rendo, Graci e Costanzo, 7 miliardi di vecchie lire spese a pagare tangenti, pizzo, campagne elettorali. Quale fu la conclusione che Rostagno offrì ai suoi ascoltatori (che non erano pochi, versione anche questa contestata dai carabinieri)? Che la mafia trapanese non era una mafia provinciale, ma che era capace di comandare a livello regionale. Era il 1988 era l’unico a dire queste cose, che salteranno fuori ufficialmente solo nei processi più recenti. In quel periodo del 1988 cominciarono a giungere a Rostagno lettere anonime e le minacce. Non per caso. I nomi che faceva all’epoca all’opinione pubblica non dicevano nulla, ma guarda caso si trovò a imbattersi nei capi mafia di oggi. La mafia c’entra nel delitto e c’entra con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, oggi come ieri.

di Rino Giacalone