C’è una nuova Rosarno pronta a esplodere nei campi del Salento. Nei mesi scorsi gruppi di extracomunitari sono arrivati da ogni parte d’Italia per essere impiegati nella costruzione di parchi fotovoltaici delle province di Lecce e Brindisi. Cercavano lavoro ma hanno trovato schiavitù. Non più arance, angurie, pomodori da raccogliere ma pannelli di silicio da montare. Dodici ore al giorno quando va bene, a volte anche ventiquattro ore consecutive. Per loro non ci sono sabati né domeniche, niente contributi né assicurazione, non c’è possibilità di ammalarsi, chi subisce incidenti viene licenziato. I contratti sono irregolari, le buste paga non veritiere, nessuna possibilità di interloquire con l’azienda appaltatrice dei lavori, la spagnola Tecnova, né di sollecitare il rispetto dei diritti dei lavoratori.

Questo si offre nel Salento: prendere o lasciare, chi non è contento può andare via. Evidentemente chi ha il potere di offrire un impiego, crede di avere il coltello dalla parte del manico, di poter sfruttare oltremodo i disperati che arrivano in Italia a caccia di fortuna. Come avveniva nel Foggiano, in Sicilia, in Calabria, forse qualcuno pensava che gli stranieri avrebbero continuato a subire in silenzio ma non è stato così. Non questa volta. Non nel Tacco d’Italia. A gennaio, dietro sollecitazione dell’Ugl, è stato presentato il primo esposto alla Procura della Repubblica di Lecce, a febbraio il secondo, martedì la protesta dei lavoratori è esplosa davanti al cantiere brindisino di San Pancrazio, ieri si è spostata nei pressi dei commissariati di Taurisano e Galatina, nel leccese.

Le denunce sono diventate centinaia, gli stranieri si incoraggiano a vicenda e si giocano il tutto per tutto mettendo le loro firme in calce ai documenti che la magistratura sta inserendo in un fascicolo che diventa ogni giorno più grosso. Un’indagine che il procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta, una vita spesa a combattere la Sacra Corona Unita, ha voluto seguire personalmente, a testimonianza della complessità della vicenda e dei possibili sviluppi investigativi. Quello delle energie rinnovabili, del resto, è oggi il forziere d’oro a cui attingono numerose aziende, pugliesi e non solo. Migliaia di ettari di campagne sono stati deturpati prima dalle pale eoliche ed ora dai pannelli fotovoltaici, che crescono dappertutto, come funghi. Parchi immensi vengono tirati su nel giro di una notte. Le chiamano energie pulite, ma di pulito – nella gestione di questi appalti miliardari – sembra esserci davvero poco. E le denunce degli extracomunitari potrebbero essere solo la cima dell’iceberg.

Gli operai impiegati nei cantieri della Tecnova sono per la maggior parte stranieri. In prevalenza africani, senegalesi, nigeriani, magrebini, ma anche indiani e pachistani. Sono arrivati in Salento grazie al passaparola di parenti e amici, vengono soprattutto dal Nord Italia e quasi tutti hanno avuto il primo e unico contatto con un certo Luis Miguel, uno spagnolo tuttofare (qualcuno dice che il suo sia un nome di fantasia), che ha il compito di prendere accordi con i lavoratori e indirizzarli nei vari cantieri. Le promesse sono chiare: contratto da metalmeccanici, per lavorare 7 ore al giorno, esclusi sabato e domenica, con una retribuzione di circa 1000 euro. In teoria una vera manna dal cielo per chi scappa dalla fame e dalla guerra. In pratica un imbroglio bello e buono. Il quadro delineato negli esposti presentati in Procura dall’avvocato Ivana Maria Quarta, infatti, è a tinte fosche. Con nome e cognome gli operai certificano di avere lavorato quotidianamente per 12 ore al giorno, toccando le 24 ore consecutive in alcune specifiche circostanze. Chi si è fatto male – dicono – è stato cacciato via in malo modo, in barba ai certificati medici presentati, e lo stesso è accaduto a chi ha osato lamentarsi. “In qualunque momento ti puoi trovare fuori – spiega un tunisino che chiede di rimanere anonimo – ho visto compagni licenziati in poche ore dopo essersi feriti. Gli indiani e i pachistani si lamentano poco e cercano di resistere, i senegalesi sono quelli che alzano di più la voce, ma chiunque dice una parola di troppo viene buttato fuori. Di certo in più di sei mesi io non ho mai conosciuto italiani su questi cantieri”. Già, perché sfruttare gli stranieri è molto più facile. Hanno più bisogno e meno coperture. Fino a due giorni fa, quando la protesta è esplosa ufficialmente, tanti hanno fatto finta di non vedere, forse qualcuno ha addirittura aiutato l’azienda spagnola a eludere i controlli, se è vero che quando sono state effettuate le visite degli ispettori del lavoro gli operai sono stati invitati anticipatamente a non recarsi sui cantieri. Un’altra assurdità. Un altro mistero in una storia in cui di chiaro c’è una cosa sola: lo sfruttamento di quasi mille uomini trattati come schiavi nei parchi del fotovoltaico. Riduzione in schiavitù è appunto il reato che hanno denunciato di aver subito e sul quale indaga per ora la Procura di Lecce. Sotto, però, potrebbe esserci molto altro. La partenza dei referenti dei cantieri, che proprio oggi pomeriggio pare abbiano “preso il volo” dall’aeroporto di Brindisi, la dice lunga.

di Chiara Spagnolo