bob dylandi Armando Spataro*

Anche chi ama perdutamente Bob Dylan e la sua musica può incontrare serie difficoltà nel tentativo di dare senso compiuto ai suoi testi visionari. E del resto è pure difficile riconoscere subito, quando Bob le canta dal vivo, anche le sue ballate più famose. Penso che tante difficoltà abbiano una sola spiegazione: vogliamo usare ragione, grammatica e vocabolario per tentare di capire Dylan, mentre invece dovremmo farlo solo attraverso le emozioni che la sua musica e i suoi testi generano in noi. Dobbiamo essere visionari come lui, insomma.

Vocabolario alla mano, infatti, dovremmo concludere che le canzoni di Bob ci parlano di giudici che non sono certo fulgidi esempi di attaccamento al dovere. Anzi appaiono spesso corrotti, ebbri del potere che ossequiano, perfino cinici.

In un pezzo molto conosciuto (Absolutely sweet Mary, 1966) compare poi una frase sibillina: «Per vivere fuori dalla legge bisogna essere onesti», quasi un’esaltazione del codice d’onore dei malviventi.

Ecco, allora, che l’ascoltatore che non usa l’anima come strumento interpretativo di quelle parole, pur se buon conoscitore di lingua e slang americani, ben potrebbe collocare Dylan tra i nemici dei giudici, forse della stessa giustizia: in fondo, non ne esistono solo da noi!

Non è così per fortuna e scavando tra strofe e note, ci si può talvolta imbattere in qualche nobile figura togata, come quella del giudice sensibile che, di fronte a un imputato disperato che racconta il suo dolore, scende dal suo scranno, si sbarazza della toga e scoppia in lacrime (Drifter’s escape, 1967).

Ma c’è molto altro che può confortare i fan di Bob e della giustizia insieme: c’è, ad esempio, la sua spasmodica attenzione per l’umanità negletta, il suo inno alla solidarietà tra e verso i deboli; l’esaltazione delle regole che, come le sue parole ci ricordano, sembrano rispettate più dai disperati che da coloro che normalmente definiamo “onesti”.

È dunque vero che le canzoni di Dylan non sono classificabili perché parlano di tutto ciò che può sfiorare o travolgere l’anima: amori senza speranza, fede religiosa, impegno politico, follia, morte e altro ancora, ma parlano anche, e in modo originale, di giustizia. Se Dylan urla che «non c’è un solo uomo giusto» (Ain’t no man righteous, no not one, 1979) è perché ci sogna tutti giusti; se denuncia la giustizia forte coi deboli e debole con i potenti (The lonesome death of Hattie Carroll, 1963) è perché la vorrebbe eguale per tutti. E così ogni sua parola, alla fine, rimanda alla giustizia. La giustizia sociale che invoca chi è respinto dalla metropoli in cui si era trasferito carico di sogni e speranze (Talkin’ New York, 1961) o la giustizia dei Tribunali che spetta a coloro che sono uccisi e torturati per il colore della pelle (The death of Emmett Till, 1962) o perché semplici immigrati clandestini: non lo era in fondo anche il mitico Billy The Kid (1973), forse innocente, inseguito dallo sceriffo Pat Garrett e ucciso nel letto di una donna dopo che le “ronde” del New Mexico gli avevano dato la caccia in ogni luogo? Ma Bob Dylan non si limitò a cantare la giustizia: la praticò con impegno. Fu parte del movimento che, sull’onda della sua Hurricane (1975), ottenne la revisione della condanna per triplice omicidio del pugile nero Rubin Carter e la sua scarcerazione dopo 22 anni di ingiusta detenzione. Dylan lo andò a trovare in carcere, volle conoscere e capire con ostinazione e poi battersi per lui. Non dovrebbero farlo oggi, a difesa della giustizia, tutti gli italiani di buona volontà? Se avessero dubbi, consiglio loro di meditare su queste parole: «E un uomo quante volte può voltarsi e far finta di non avere visto?» (Blowin’ in the wind, 1962). Ed a quanti preferiscono il comodo quietismo per sé anziché l’impegno per tutti domando, sempre con Dylan, «Cosa mai ci vuole per trovare dignità»? (Dignity, 1994).

* Procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Milano

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2011