Siamo a Medolla, un paesino della provincia di Modena, noto per rappresentare, insieme all’adiacente Mirandola, il cuore del distretto biomedicale. È lì che risiede la Gambro, multinazionale svedese che nel 1987 ha acquisito la medollese Dasco (fondata nel 1962 da Mario Veronesi) e i suoi circa 900 dipendenti. Accostando la parola multinazionale a biomedicale, il cuore non sussulta pensando agli effetti della crisi globale, visto che il comparto è rimasto sostanzialmente indenne rispetto alla sfavorevole congiuntura economica. Eppure anche un’azienda sana, che fattura milioni di euro come la Gambro-Dasco dichiara degli esuberi sul personale: 400 lavoratori, di cui 140 con contratti atipici.

Motivazione? Non il calo del fatturato o della produzione come ci si sarebbe potuti aspettare, ma una semplice e pura logica di riduzione dei costi, la volontà di “esternalizzare – fu la dichiarazione di Gambro nel momento nell’indigesto annuncio – alcune lavorazioni incluse nel ciclo produttivo delle linee sangue e di consolidare le rimanenti lavorazioni presso gli stabilimenti di Prerov (Repubblica Ceca), Shanghai (Cina) e Tijuana (Messico)”. Ulf Mattsson, presidente di Gambro e amministratore ad interim, ha annunciato che la decisione “è necessaria a rafforzare la competitività a livello mondiale nel mercato dell’emodialisi per pazienti cronici”.

Un fulmine a ciel sereno che si abbatte sulla testa dei 400 lavoratori come un tornado inarrestabile, tanto da aver portato gli stessi a proclamare seduta stante uno sciopero con presidio davanti ai cancelli aziendali, raggiunti da tutto il mondo istituzionale locale e regionale e non solo. Si parla di delocalizzazione produttiva, quel fenomeno divenuto ormai tentazione costante per le aziende e al quale persino la Lega Nord guarda con avversione, tanto da aver sollecitato la presentazione di una legge anti-delocalizzazione, aggiungendo così un ulteriore tassello al progetto di scalata politica nella regione emiliana, in cui guadagna terreno anche grazie al voto di operai, disaffezionati alla sinistra radicale e avversi all’inerte Pd.

Sono passati due mesi dalla dichiarazione di esuberi e il caso è finito sul tavolo del Ministero dello sviluppo economico, che con l’assenza del ministro per circa quattro mesi dopo l’inconsapevole “proprietario immobiliare” Scajola, vanta faldoni di vertenze da far rabbrividire un impiegato comunale. In puntale assenza del ministro Paolo Romani, sostituito dal solerte funzionario Giampietro Castano, le parti sociali hanno discusso del piano industriale che, si spera, scongiuri gli esuberi dichiarati.

Un incontro (il secondo in sede ministeriale) che non è entrato ancora nel merito degli esuberi e delle possibili soluzioni, ma che ha sancito “il ripristino – afferma Manuela Gozzi, segretario provinciale Filctem/Cgil – del confronto in sede negoziale, il Ministero svolgerà d’ora in avanti solo un ruolo di monitoraggio e rendicontazione dello sviluppo della vertenza”. Un impegno in meno, dunque, per il Ministro Romani (o di chi ne fa le veci), anche se l’attenzione sulla vertenza rimane. Venerdì 25 marzo, infatti, i sindacati terranno un’assemblea pubblica che precederà un consiglio comunale straordinario che vedrà anche la partecipazione del presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani.

Felicia Buonomo