Quale futuro per la Maserati a Modena? La domanda risuona forte entro le mura della Casa del Tridente che domina la città della Ghirlandina, terra dei motori. Un interrogativo che agita gli animi dei 700 lavoratori dello stabilimento emiliano e delle organizzazioni sindacali da circa un anno ormai. E di certo l’impostazione dell’italo-canadese ad Fiat Sergio Marchionne, avallata dal Governo, non aiuta a dissipare i timori che aleggiano sulla testa degli operai modenesi circa un possibile trasferimento, come una spada di Damocle. Gli esordi sono da rintracciarsi nell’acquisto, poco più di un anno fa, da parte della Fiat dello stabilimento ex Bertone di Grugliasco (Torino) che con la sua capacità produttiva (circa 60mila autovetture l’anno) minacciava di sostituirsi alla Maserati di Modena, la quale (pur modificando la propria organizzazione del lavoro passando da due a tre turni) non riuscirebbe a superare le 15mila vetture annuali.

La mobilitazione sindacale fu ampia ed estesa e la “venuta”, nel novembre scorso, di Marchionne a Mirandola (cittadina alle porte di Modena) per il ritiro del premio Pico della Mirandola non fu certo rassicurante. «La Maserati – disse – rimarrà a Modena, ma verrà prodotta anche in altri stabilimenti». Il problema latente è che «in assenza di nuovi modelli e di un piano industriale che definisca investimenti futuri – sostengono le organizzazioni sindacali geminiane – lo stabilimento modenese, anche in assenza di annunci di trasferimenti e/o chiusure, sarà destinato a spegnersi lentamente».

Ad aggravare un quadro già fin troppo a tinte fosche, l’investimento (salutato con favore dal primo cittadino torinese Sergio Chiamparino) di circa 600 milioni di euro per lo stabilimento sabaudo ex Bertone, dove verrà prodotto il cosiddetto Maseratino, autovettura del segmento E.

Insomma: di Maserati se ne parla ovunque, meno che a Modena, lamenta la parte sindacale. Ed oggi ai timori di un possibile trasferimento si aggiungono quelli di una probabile esportazione del modello Mirafiori. A rinvigorire le incertezze, l’accostamento operato dal Ministro del lavoro Maurizio Sacconi nei giorni scorsi a margine della cerimonia all’Università di Modena per ricordare Marco Biagi, ucciso nove anni fa dalle Brigate Rosse. Sacconi ha assicurato che Biagi sarebbe stato favorevole alle riforme del Governo e alla logica del gruppo Fiat, definita «scambio tra la piena utilizzazione degli impianti e la crescita dei salari». Rispondendo a una domanda sull’applicazione del modello Mirafiori alla casa del Tridente,  infatti, ha aggiunto: «Bisogna verificare la possibilità di alzare il livello di questo scambio, alla Maserati come a Grugliasco per la ex Bertone deve continuare la logica di confronto nel gruppo Fiat ispirato a questa buona regola che Marco avrebbe consigliato: uno scambio virtuoso dal quale tutti possano guadagnare e possano condividere i destini, le fatiche e i risultati dell’impresa».

Il riferimento, poi non meglio specificato, suona come una stecca nella motor valley alle prese con la prospettiva concreta di perdere uno dei suoi gioielli, appunto Maserati. I numeri, d’altronde, parlano chiaro: Maserati è passata dagli 825 milioni di ricavi netti del 2008 ai 448 dell’anno seguente, con un crollo di auto da 8759 a 4489, oggi tornate sulle 5mila.

Se da un lato Modena continua a celebrare e promuovere la sua storia motoristica (presto sarà inaugurato il Museo “Casa natale” di Enzo Ferrari voluto dal direttore di Quattroruote Mauro Tedeschini) la crisi del settore non risparmia le eccellenze. La stessa Ferrari, che nelle officine di Maranello produce i motori e le scocche della Maserati (e che come tale subirebbe le non rosee conseguenze di un possibile trasferimento della Maserati), è tornata dopo un ventennio a fare ricorso alla cassa integrazione lo scorso inverno, con picchettaggi stile Sessantotto e scioperi anche nei sabati comandati di straordinario.

«Servirebbe un rilancio della produzione – afferma Giordano Fiorani, segretario provinciale della Fiom/Cgil parlando della Maserati – che dalle 9mila macchine di tre anni fa oggi si è attestata sulle 5mila auto, e la progettazione di nuovi modelli. Siamo pronti a discutere di rilancio, ma l’azienda non ha ancora presentato un piano industriale, lasciando nell’incertezza i lavoratori modenesi, mentre parla di potenziamento della fabbrica di Torino».

Stefano Santachiara

Felicia Buonomo