All’inizio di marzo i ribelli libici sembravano aver conquistato giacimenti e terminal strategici per l’esportazione del petrolio, tanto che le compagnie petrolifere avevano iniziato a trattare con i gruppi di opposizione (leggi l’articolo).

Poi la situazione si è capovolta. E oggi la “guerra del petrolio” ha una mappa molto diversa dall’inizio della crisi, molto più favorevole a Gheddafi. E’ quello che sostiene il Financial Times, che oggi pubblica una cartina aggiornata degli interessi petroliferi libici, dove risulta evidente l’arretramento dei ribelli. Il terminal di Zawiyah, 40 km a ovest di Tripoli, si trovava in una zona “interamente controllata” dalle forze ostili al raìs fino a venti giorni fa. Il 5 marzo le forze di Gheddafi hanno sfondato le linee avversarie alle porte di Zawiyah in una feroce battaglia e oggi il terminal è segnalato come “contested”, conteso tra i due schieramenti. Zawiyah non è un terminal qualunque. Collocato alla fine degli oleodotti che portano il petrolio dai giacimenti del sud-ovest (gestiti dalla spagnola Repsol e da Eni), è cruciale per portare all’estero l’olio estratto dai campi di Wafa e Elephant, nell’area controllata da Gheddafi.

La stessa sorte sembra essere toccata al campo di Sarir, nella zona est del paese: il più grande della Libia. In mano ai ribelli agli inizi del mese, ora è “conteso”. Anche se l’opposizione controllerebbe ancora il terminal di Tubruq, nel nord-est, senza il quale l’olio del giacimento di Sarir non può essere esportato. Il terminal di Marsa-el-Brega è invece passato nelle mani del raìs, che controlla saldamente anche Ras Lanuf e Es Sider, i terminal più importanti, nel golfo della Sirte. Gli altri giacimenti dell’est, che i ribelli rivendicano come “propri”, sarebbero in realtà in una specie di terra di nessuno, dove, secondo gli analisti, è difficile capire quali tribù siano effettivamente in possesso dei diversi campi.

Il controllo dell’industria petrolifera è cruciale nella battaglia tra Gheddafi e i ribelli di Bengasi. In palio ci sono i sei terminal sulla costa e i grandi giacimenti del sud-ovest e dell’est del paese. E sullo sfondo c’è un incubo sempre più ricorrente: la divisione del paese in due blocchi. Ad ovest Gheddafi e ad est i ribelli, divisi da un confine che potrebbe tagliare in due i giacimenti della Sirte, nella zona centrale del paese. E’ quello che temono alcuni – non meglio precisati – rappresentanti del governo americano, intervistati dal Financial Times. Intanto il prezzo del petrolio continua a salire. Ieri il Wti (West Texas Intermediate), consegna aprile, è aumentato di 1,88 dollari a 102,95 dollari al barile, “sostenuto dalle operazioni in Libia”. La produzione libica è crollata da 1,58 milioni di barili al giorno a 400.000 barili e i mercati ora hanno paura che l’offerta di greggio libico impieghi mesi per tornare alla normalità. “A questo punto è probabile che il conflitto vada per le lunghe”, ha dichiarato a Ft Mohammed El-Katiri, analista della società di consulenza Eurasia Group. “In nessuno degli scenari che abbiamo ipotizzato le esportazioni di petrolio torneranno rapidamente alla normalità”.

Fino ad adesso l’Arabia Saudita e i membri più influenti dell’Opec hanno spinto la propria produzione per compensare il crollo dell’offerta libica, ma nonostante tutto il mercato del petrolio rimane molto nervoso e i prezzi potrebbero salire ancora in modo considerevole. E c’è chi teme che si realizzi il peggiore degli scenari: l’attacco di Gheddafi ai giacimenti, per fare terra bruciata dietro al ritiro delle sue truppe e non far cadere il petrolio libico nelle mani delle potenze occidentali. Una strategia del terrore, già sperimentata da Saddam Hussein in Kuwait nel 1991, che terrorizza le compagnie petrolifere e i trader internazionali del greggio.