Per chi tifa la pace, chi fa la guerra non ha mai dubbi: il conflitto è sempre senza se e senza ma, mentre chi difende la non-violenza si macera o rischia di essere assente. E dunque il primo conflitto intercontinentale post-11/9 (ovvero non direttamente scaturito dall’11 settembre 2001 e dalle scelte prese dagli americani) pare non coagulare al momento una risposta chiara e unanime da parte di chi si oppone (comunque e sempre?) all’uso delle armi. Nel passato recente era forse più facile: Bush era una figura che condensava e univa i pacifisti senza dubbi e patemi; il premio Nobel per la Pace 2009 Obama è molto più difficile da inquadrare come guerrafondaio (anche per la sua posizione volutamente defilata sulla Libia) e rappresentante del “cattivo Occidente” (tra l’altro autore del discorso del Cairo di apertura all’Islam, sempre 2009).

Perché la guerra è sempre una sporca, brutta faccenda: sul terreno – con le esplosioni, i morti, i lutti, gli errori, la violenza, la ferocia, la rabbia, la disperazione – e nei suoi retrobottega, militari e politici – nelle sue conferenze stampa asettiche, piene di dati e di foto dall’alto, dove gli esseri umani non si vedono mai, ma solo gli obiettivi colpiti; e poi nelle convenienze, le strategie e gli opportunismi dei politici che decidono (armiamoci e partite) avendo già in mente il dopo. E Wikileaks ci ha raccontato quanto ingannevoli siano i rapporti tra governi dietro la facciata dell’ufficialità – e degli accordi internazionali, le risoluzioni, le coalizioni – con calcoli poco umanitari e molto di convenienza e sopravvivenza, di un esecutivo, non certo delle vittime per cui si va a combattere. E’ un detto sempre valido che “la prima vittima della guerra è la verità”. Ma la seconda pare essere la volontà di chi si oppone al conflitto (al suo principio stesso). E basta manifestare – se si è ancora in grado di farlo, nei decennali ormai prossimi del G8 di Genova e dell’11/9 – per la pace per difendere la verità?