Vorrei proporre cosa ho percepito nel paese-avamposto della ondata democratica araba. E i video servizi fatti con Cosimo Caridi. Sette giorni in Tunisia non bastano a capire il complesso e non sempre trasparente intreccio tra vecchio e nuovo, ma servono a inquadrare le domande e a percepire i sentimenti. Tunis “horra” (libera) sarà anche Tunìs “laikìa”(laica)? Questo è l’interrogativo principale per l’elite femminista che si comincia a porre, oltre al problema delle elezioni dell’Assemblea Costituente del 24 luglio, quello delle municipali. Ma in generale non è – e forse non sarà – il problema numero uno. L’allegra mescolanza, nel presidio di piazza Kasba, di ragazze e donne velate con giovani di stile “frikkettone”, la collaborazione che si intravede tra islamisti e laici di sinistra, sono, per il momento almeno, abbastanza rassicuranti. Ecco alcuni spunti su “le donne tunisine nella rivoluzione democratica”.

Nell’immediato direi che l’interrogativo principale riguarda il rapporto tra la rivoluzione democratica, la necessità che sia autentica e che non ricicli troppo la classe dirigente di Ben Ali, e la ripresa completa dell’attività economica e dei servizi. Senza la quale rischiano di peggiorare anche le condizioni di disoccupazione e sotto-occupazione che spingono decine di migliaia di giovani dei ceti popolari a rischiare anche la vita per un passaggio in barca a Lampedusa. Verso l’Italia, verso l’Europa.

Sono finiti tra venerdì 4 e sabato 5 marzo i due presìdi divergenti della Kasbah (sotto il palazzo di governo) e della Kobba ( nei quartieri residenziali di Tunisi Nord) ma i sentimenti, le esigenze, la composizione sociale che entrambi esprimono rimangono al centro del dibattito tunisino. Senza contare che alle prime avvisaglie di intoppi del percorso di rinnovamento del potere e di preparazione paritaria e trasparente delle elezioni costituenti, la Kasbah tornerà a riempirsi giorno e notte. Ecco cos’è stata e cosa può tornare ad essere la Kasba:

Ecco un po’ della festosità impegnata del presidio della Kasbah:

E viceversa alle avvisaglie di ondate di scioperi – o di incidenti di piazza – torneranno a mobilitarsi i “ben vestiti” della Kobba, con la loro pignolerìa che le proteste si possono fare “dalle cinque alle sette” , dopo il lavoro e prima di fare la serata in famiglia. E’ un movimento, questo della Kobba, nato come reazione alle dimissioni del primo ministro post Ben Ali, Gannouci, dimissioni imposte dai manifestanti della Kasba.
Ecco immagini e voci della Kobba:

“Basta con chi si autoproclama popolo e continua a gridare degage a tutti. E’ora che dal degage si passi all’engage, all’impegno, a rimboccarsi le maniche.” Ma la Kobba ha aggiustato rapidamente linguaggio e tiro quando i più avveduti si son resi conto che rischiava di diventare – o di essere percepita come – luogo di aggregazione difensiva dei beneficiati del vecchio regime. Sembra che in particolare sia stato il partito Ettjadid del Rinnovamento (che si definisce analogo al Pd italiano) a impegnarsi perché i promotori del presidio della Kobba lanciassero slogan e discorsi unitari verso la Kasbah e in generale verso la rivoluzione.

Ora, a livello istituzionale, la svolta verso il superamento del presidenzialismo sembra irreversibile. Il rischio era che si andasse molto rapidamente a nuove presidenziali, con la possibilità che il paese si spaccasse tra un riciclato della Rsd (il partito che ha gestito tutto) e un islamista sia pure “moderato alla tunisina”. Ma tra i manifestanti è cresciuta sempre più l’idea che nel presidenzialismo ci fossero le premesse per un nuovo regime autoritario e la prossima tappa, l’avvio della seconda repubblica, debba invece essere un cantiere di riforme democratiche. Il giorno dopo l’annuncio della data dell’elezioni della Costituente un ragazzo in piazza Kasba mi diceva con tono ispirato: il 14 gennaio abbiamo cacciato il dittatore ma adesso stiamo sbarazzandoci della dittatura

Questo servizio riepiloga brevemente la dinamica tra le due piazze:

Poco più di tre mesi sono comunque pochi per preparare nuove forze e nuove proposte per le elezioni. Ci si sta impegnando giorno e notte Habib Guiza , nel suo doppio ruolo di promotore della ricostituzione del sindacato alternativo CGTT (alternativo al potente e discusso Ugtt, che era il sindacato ufficiale) e di animatore di un possibile “Fronte Civile e Democratico” in vista delle elezioni. “Siamo modernisti, cioè laici, di ispirazione sociale e guardiamo all’Europa.” Con i soldi di fondazioni tedesca e finlandese Guiza aveva coordinato il Forum Tunisia 2040, idee per un paese sostenibile.

La crisi libica, così drammatica e vicina, non sembra condizionare il dibattito interno tunisino. Ma questo non vuol dire che venga rimossa. La presenza delle attività di solidarietà e di raccolta aiuti è impressionante.

A fianco dell’ambasciata libica deserta e protetta da militari e filo spinato, si è formato un centro di raccolta con gente che ci lavora gratis tutto il giorno. Altri ne ce sono nei quartieri o addirittura davanti ai centri commerciali.Difficile raccogliere opinioni precise su cosa si dovrebbe fare, oltre ad aiutare incondizionatamente i profughi. L’imposizione di una no-fly zone è l’idea che raccogli più consensi, e l’ho appreso ben prima della risoluzione Onu. “Impensabile mandare il nostro esercito contro Gheddafi. E’ debole, ma soprattutto quel pazzo prenderebbe subito migliaia di nostri connazionali in ostaggio.

Non c’è un solo tunisino che non auspichi la caduta immediata di Gheddafi. Molto più incerte e diverse le opinioni sulle migliaia che si imbarcano verso Lampedusa. La più gettonata è che se noi ci facciamo in quattro per 150 mila dalla Libia non si capisce perché il governo italiano si lamenti così tanto di cinque mila profughi.

C’è poi chi dice che è comprensibile che vadano a cercare un futuro migliore e chi dice che sono dei pazzi. Qualcuno sospetta manovre del clan Ben Alì per dare l’immagine di una Tunisia instabile.

Ma dopo aver sentito tanto parlare di loro, li abbiamo trovati facilmente, quelli che stanno per partire per Lampedusa, o almeno che così dicono:

Non c’è bisogno di fare difficili ricerche. Abbiamo parlato con un gruppo di allievi della Dante Alighieri – che in Italia vorrebbero venire col permesso per studiare – e ci hanno portato a conoscere i loro coetanei meno scolarizzati, nel sobborgo tunisino di Ybal Yloud. A pochi chilometri dagli uffici e dagli alberghi del centro si parla di tariffe dei barconi, di chi è a Lampedusa e ha telefonato o non ci è riuscito, dell’Italia come meta o come punto di passaggio per altri paesi più prosperi.

E’ tutto molto più semplice di come avevo pensato. Non fuggono da un paese in preda al disordine ( che non c’è più), non sono manovrati dal regime caduto. La libertà è per loro, innanzitutto, la diminuzione dei controlli della polizia che impedivano di partire, o che facevano schizzare in alto i costi del passaggio verso “Lambedusa”. Non hanno sfiducia nella rivoluzione democratica. E’ solo che, come dice Safouan, “non c’è libertà senza lavoro e senza soldi.” La riscoperta di questa essenziale verità del materialismo storico è l’altra faccia della medaglia della primavera tunisina che sta cominciando.

Vedi anche gli altri servizi fatti con Cosimo Caridi