Un'immagine di Rosarno durante le rivolte del gennaio 2010

Con il primo sole di primavera, a Rosarno è tempo di bilanci. La prima stagione agrumicola dopo la rivolta del gennaio 2010 volge al termine, e nella cittadina calabrese la situazione socio-sanitaria è ancora precaria, come tutta in salita è la strada verso l’integrazione.

Circa 800 lavoratori stranieri, secondo le stime di “Radici” e dell’Osservatorio migranti (il Comune non ha mai fatto un vero monitoraggio e non esistono dati ufficiali), hanno trascorso l’inverno a Rosarno. Hanno trovato asilo in casolari e ruderi nelle campagne, i nuovi ghetti dopo la chiusura delle fabbriche abbandonate che furono teatro della rivolta. Oggi i migranti sono un terzo rispetto ai 2.500 delle stagioni 2009-2010, ma l’emergenza abitativa è tutt’altro che risolta. E un altro sgombero, avvenuto negli scorsi giorni, lo ha confermato. Venti nordafricani sono stati cacciati da tre appartamenti pericolanti nel centro storico della città, dove vivevano in condizioni igieniche disastrose, senza corrente elettrica né acqua potabile. Dopo le procedure di identificazione, per molti di loro si apriranno le porte dei CIE di Crotone e Bari, oggi già sovraffollati in seguito all’emergenza libica.

«Aspettiamo di vedere che fine faranno – spiega Giuseppe Pugliese dell’Osservatorio migranti, da anni impegnato nell’assistenza ai braccianti stranieri – ma è opportuno pensare a un’alternativa all’espulsione senza se e senza ma. Dopo la rivolta di un anno fa, decine di ragazzi subirono il decreto di espulsione dopo aver trascorso sei mesi al CIE di Bari. Poi però cominciarono a vagare per l’Italia perché soli, senza documenti, senza soldi e senza meta».

Una norma, quella prevista dalla Bossi-Fini (che include l’arresto per chi non adempie il decreto di espulsione), che secondo molti giudici è anche inapplicabile, dopo che la direttiva Ue sui rimpatri (115/2008) ha stabilito che lo straniero “non può essere privato della propria libertà personale” e che “si dovrebbe preferire il rimpatrio volontario a quello forzato, con la concessione di un termine per la partenza”. Pertanto alcuni tribunali hanno scarcerato gli stranieri accusati di reato di clandestinità.

Il Comune di Rosarno, che dopo un lungo commissariamento da dicembre 2010 è guidato da una giunta di centro-sinistra, ha provato a tamponare l’emergenza allestendo (grazie al contributo della protezione civile e della Regione Calabria) dei mini appartamenti prefabbricati con bagno, in un primo momento destinati a dare alloggio a 120 persone, solo se regolari, ma che oggi ne ospitano solo 60. Una “soluzione temporanea” secondo il sindaco Elisabetta Tripodi, un “fuoco di paglia, non adeguato a risolvere il problema alloggi” secondo le associazione umanitarie locali.

“Se il campo di accoglienza è stato creato per l’emergenza umanitaria – aggiunge Pugliese –non si può poi creare discriminazione tra chi ha il permesso di soggiorno e chi non ce l’ha. Per il futuro noi proponiamo soluzioni diverse per l’accoglienza, come degli incentivi per ristrutturare le case disabitate della città, spesso fatiscenti. I proprietari potrebbero così affittarle agli immigrati a prezzi popolari durante la stagione di raccolta, e gestirle a proprio piacimento nel resto dell’anno”.

Tuttavia l’emergenza abitativa è solo uno dei problemi di Rosarno, emersi durante la rivolta dello scorso anno. La profonda crisi del mercato agrumicolo, accelerata dalla strategia monopolista della grande distribuzione organizzata, produsse la disoccupazione cronica che contribuì a innescare le tensioni poi sfociate negli scontri. Il crollo del prezzo delle arance creò una sovrabbondanza di manodopera straniera che fu sempre più asfissiata: senza più nemmeno la speranza di un impiego (già dal 2008 la maggior parte dei lavoratori stagionali non lavorava più), schiava di orribili condizioni di vita e vittima di sempre più frequenti episodi di razzismo, la comunità dei migranti era da tempo una bomba a orologeria.

La crisi delle piccole aziende agricole e le semischiavitù dei braccianti sono dunque due facce della stessa medaglia, e ciò che si cerca di fare adesso è aiutare i piccoli contadini a sottrarsi al gioco della grande distribuzione. Con la campagna “SOS Rosarno”, il consorzio Equosud ha creato un gruppo di piccoli agrumicultori, singoli o associati in cooperative, che assumono regolarmente la manodopera impiegata (per oltre il 50% immigrata) per produrre agrumi biologici senza sfruttamento dei lavoratori. Attraverso la rete dei GAS, i contadini vendono gli agrumi a un prezzo più giusto (1,04€ al kg. le arance, 1,24€ mandarini e clementine, spedizione compresa), anche per chi acquista, con l’obiettivo di collegare produttori e consumatori saltando i canali della grande distribuzione organizzata. Così i lavoratori sono retribuiti adeguatamente per vivere con dignità. Una cooperativa della rete Equosud, ad esempio, nella raccolta di febbraio è riuscita a pagare 40 euro la giornata di lavoro di un gruppo di braccianti (contro i soliti 20-25 in nero). Un fatto rivoluzionario, e che potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso.

La sostenibilità sociale, ambientale ed economica sono dunque inscindibilmente intrecciate, e le parole del presidente della Coldiretti calabrese Pietro Molinaro sono la prova: “L’accoglienza dei braccianti africani deve combinarsi con la lotta alla concorrenza sleale delle multinazionali e con la pianificazione sostenibile del territorio”.