Le celebrazioni per l’anniversario dell’Unità d’Italia sono state un successo. E chi le criticava, sbagliava. Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini. “Stiamo vivendo dei momenti belli in cui si comprende che il sentimento di appartenenza ad una comunità, e di identità nazionale è diffuso – ha sottolineato in un incontro con i sindaci della Carnia -. Quel che è successo il 17 marzo, così bene sottolineato dal capo dello Stato, dimostra che sbagliavano coloro che criticavano le iniziative per questi 150 anni dell’Unità d’Italia. Non avevano capito che il nostro popolo ha necessità di momenti di unità, di sintesi, di una storia collettiva che ha radici profonde nell’unità nazionale”. Secondo il presidente della Camera “queste radici vanno ben oltre il 1861 sono ben più profonde perché la nostra identità nazionale si è costruita nei secoli”. E Fini ha quindi voluto “ricordare le alte parole del presidente della Repubblica che ha sottolineato come non esistono tre, quattro, cinque Italie ma un’Italia sola. Certo esistono comunità diverse, collocazioni diverse con disparità anche territoriali ma – ha tenuto a ribadire con forza il presidente della Camera- non ci sono le Italie, c’è l’Italia, c’è questa patria, questa comunità e personalmente ritengo non sia sbagliato parlare di piccole patrie all’interno di una grande patria, così come si deve parlare di patrie nazionali che fanno parte della grande Comunità europea”.

“In tempi di federalismo – ha proseguito Fini – bisogna essere coscienti che esso deve fondare le sue radici nella solidarietà. Il federalismo è competitivo e solidale al tempo stesso. Il ricordo non può che andare al terremoto in Friuli del ’76” che venne superato grazie alla grande solidarietà “a livello locale e nazionale”.

Il presidente della Camera è intervenuto anche sulla crisi libica. “E’ doveroso che l’Italia faccia la propria parte perché chi cerca la libertà possa ottenerla – ha dichiarato -. Quello che accade nel Mediterraneo è la riprova di come non ci possa essere una dittatura per quanto feroce, tale da impedire ai popoli di chiedere e ottenere la propria dignità. Per questo è doveroso per la comunità internazionale essere dalla parte di quel popolo”.