Fino a stamattina sembravano non esserci dubbi. Il governo pareva intenzionato a far partecipare i caccia italiani ai raid contro la Libia. Lo aveva detto ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini: “Possibile l’utilizzo dei nostri aerei per colpire postazioni radar o siti della contraerea”. Lo aveva confermato oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa: “Il nostro non può essere il ruolo di un affittacamere, di chi offre le basi, dà le chiavi di casa propria. Il nostro deve essere un ruolo moderato, ma determinante e decisivo”. Ma al termine del vertice di Parigi sulla crisi libica Silvio Berlusconi ha annunciato che “l’Italia per il momento mette a disposizione le sue basi per l’intervento militare”. Niente mezzi e uomini, dunque. Per il momento non servono.

”Noi abbiamo detto di essere disponibili ad intervenire direttamente nelle operazioni militari in Libia – ha detto il presidente del Consiglio – ma non credo che ci saranno particolari esigenze a riguardo perché come voi sapete si deve innanzitutto mettere in atto il rispetto della no fly zone e quindi io credo che i mezzi della Francia, dell’Inghilterra e degli altri Paesi siano sufficienti. E comunque mi sembra che già le basi siano una partecipazione importante e direi indispensabile”.

Un contributo “indispensabile” che il premier spera possa convincere la coalizione dei volenterosi a scegliere la base Nato di Napoli come centro per la direzione dell’intervento militare. “Ho suggerito che ci sia un coordinamento di tutte le operazioni attraverso la Nato ed in particolare ne ho parlato con il segretario di Stato americano, la signora Clinton, e con il primo ministro britannico, David Cameron, che hanno espresso il loro apprezzamento per questa proposta – ha detto Berlusconi – Credo proprio che sarà la base Nato di Napoli ad essere la sede del coordinamento delle operazioni”. Sui rischi di possibili rappresaglie di Gheddafi, il Cavaliere si è detto tranquillo, certo che “nessun missile libico possa raggiungere il territorio italiano”.

Dal vertice di Parigi il ruolo dell’Italia è uscito in parte ridimensionato rispetto a quelle che erano state le dichiarazioni dei ministri Frattini e La Russa. Forse hanno pesato le divisioni all’interno della maggioranza, con la Lega che ha tenuto una posizione distinta. Ieri deputati e senatori del Carroccio non hanno preso parte al voto nelle commissioni di Camera e Senato sulla risoluzione del governo, per sottolineare la loro contrarietà a un intervento militare nel Paese di Gheddafi. “Ci sentiamo vicini alla posizione della Germania”, aveva detto ieri il senatùr. ”La posizione della Lega è una posizione che risiede nella prudenza anche personale dell’onorevole Bossi“, ha detto oggi Berlusconi, spiegando che per l’Italia una posizione non interventista non era possibile “visto che le basi di cui noi disponiamo sono determinanti”.

Determinanti per una guerra contro un Paese a cui l’Italia sarebbe legata da un trattato di amicizia che non è stato mai cancellato. Contraddizione che ieri Frattini ha sminuito dicendo che il patto ”è oggi sospeso di diritto: con l’entrata in vigore della risoluzione Onu 1973 nessuna delle obbligazioni può essere adempiuta. Io parlo di sospensione di diritto perchè noi vogliamo che l’Italia, con la nuova Libia che verrà dopo Gheddafi, sia pronta a continuare con la posizione di preminenza che abbiamo sempre avuto”. Senza però ricordare che quel trattato all’articolo 3, comma 2, recita: “L’Italia non userà né permeterà l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro la Libia”.