Si sono lasciati con un appuntamento. Tra qualche mese, sempre alla Camera, quando si discuterà di estremismo islamico nelle prigioni americane. Si sono lasciati dopo molte discussioni, senza aver raggiunto un vero accordo su nulla. La Commissione per la Sicurezza Nazionale della Camera americana ha concluso pochi giorni fa il primo giro di audizioni su “fisionomia ed estensione del radicalismo islamico” negli Stati Uniti. Il chairman della Commissione, il repubblicano Peter King, si è detto soddisfatto per aver aperto la discussione su un tema importante e spesso negato dall’imperante politically correct: la radicalizzazione della comunità islamica americana. “C’è un elefante nella stanza, e nessuno ne vuole parlare”, ha detto. Democratici, gruppi islamici e per i diritti civili hanno replicato accusando il chairman, e i repubblicani, di razzismo. “Perché discutiamo solo di musulmani, e non di Klu Klux Klan e di skinheads?”, si è chiesto il democratico del Mississippi Bennie Thompson.

Da mesi la politica americana litiga sul lavoro della Commissione presieduta da King. I nemici l’hanno paragonata a quella sulle attività anti-americane del senatore Joe McCarthy, o ai campi di internamento per nippo-americani durante la Seconda Guerra mondiale. Lui, Peter King, dice invece di averla concepita sull’esempio di quella “sulla corruzione nel sindacato di Bobby Kennedy, a fine anni Cinquanta”. In quell’occasione però, centinaia di testimoni furono costretti a presentarsi alle audizioni, che durarono anni. Qui lo scopo e le ambizioni sono parsi molto più limitati. Sullo sfondo di immagini delle Due Torri e del Pentagono sventrati dagli attentati, si sono susseguiti appena sette testimoni, tra cui i familiari di due giovani americani arruolati dal terrorismo islamico, e Keith Ellison, il primo musulmano eletto alla Camera, che ha pianto ricordando il pompiere, suo correligionario, morto l’11 settembre al World Trade Center.

Un po’ poco, secondo i critici, per una Commissione che voleva “avviare la conversazione” sul terrorismo islamico “made in Usa”. King, figlio di un poliziotto di New York, acerrimo nemico dell’immigrazione illegale e fautore di campagne a favore del carcere di Guantanamo, non ha portato alcun dato sulla presenza di musulmani nel Paese, sulla loro (presunta) radicalizzazione, sui loro collegamenti internazionali. Alla seduta non è stato invitato alcun rappresentante della polizia, dell’Fbi o di altra agenzia della sicurezza nazionale. Non c’erano i leader dei maggiori gruppi islamici americani, nemmeno quelli del “Council On American Islamic Relations” (Cair), negli ultimi anni protagonista di una battaglia legale e politica con l’FBI, che l’ha accusato di finanziare indirettamente Hamas (accusa poi rientrata). Senza dati e testimoni veri, le sedute hanno finito per ridursi a un elenco di episodi isolati, motivati più da follia, o frustrazione, che da vera ispirazione religiosa (l’autobomba inesplosa piazzata a Times Square dal cittadino americano di origini pakistane, Faisal Shahzad; o il massacro compiuto dal maggiore Nidal Hasan, a Fort Hood, Texas). Con il risultato che, più che l’analisi, si è toccata la corda del sentimentalismo familiare, dello scontro generazionale: come quando si è presentato a testimoniare il padre di Carlos Bledsoe, il ragazzo accusato di aver ucciso un soldato a una stazione di reclutamento militare. “Si è convertito, si è allontanato dalla famiglia, non so che cosa sia successo”, ha detto affranto Bledsoe.

“Le sedute di King creano ansia nella comunità musulmana e riducono future possibilità di cooperazione anti-terrorismo”, ha scritto Jonathan Alter sul “Washington Post”. Le sedute di King, molto più semplicemente, preparano il terreno alla campagna per le presidenziali 2012, segnalando che i repubblicani, i loro potenziali candidati – Mitt Romney e Sarah Palin anzitutto – pensano alla “minaccia terrorismo” come a un’arma potenziale di battaglia politica. Un’arma che però potrebbe rivelarsi spuntata se la campagna, come ha suggerito un collaboratore di Barack Obama al “Washington Post”, si svolgesse non nel segno di Al Qaeda e dell’incubo di Osama bin-Laden, ma sullo sfondo dei movimenti arabi di richiesta di democrazia e diritti.