Imparo molto seguendo i commenti a questo blog: molto impegnati e documentati, quasi sempre così stimolanti da arricchire o talvolta confutare le valutazioni di partenza. Non è l’articolista, ovviamente, a moderare il suo blog. Anche per questo mi astengo dal rispondere alle vostre annotazioni, perché la rete è comunicazione a più punti e io mi riservo solo di “lanciare la palla”. Tuttavia, vorrei oggi tornare su una questione di fondo molto dibattuta: la fiducia o meno nella sola tecnologia come risposta ai problemi posti nel campo dell’energia.

Nei giorni della catastrofe di Fukushima siamo di nuovo da più parti chiamati a non fidarci “dell’emotività”. Perché? Dato che parliamo di vita e di morte, di benessere, sopravvivenza e futuro, perché mai dovremmo togliere di mezzo il fatto che la realtà esiste non di per sé, ma in quanto ne siamo osservatori, e tutti abbiamo diritto di presentarci con le nostre convinzioni e speranze all’appello per decidere del nostro futuro? Sarà compito di scienziati e tecnici impedire che quel diritto sia minato dalla disinformazione e inficiato da un eccesso di soggettività senza confronto, ma la parola ultima rimane a persone in carne, ossa e cervello. Parlo, ad esempio, del conflitto tra nucleare e rinnovabili, reso ancora più attuale e acuto dalla tragedia giapponese e dalla catastrofe di Fukushima e oggetto centrale di un importantissimo referendum che qualcuno al governo vorrebbe scippare.

Penso che siamo alla fine dell’era del nucleare civile e che questa debba coincidere con il superamento del sistema centralizzato di produzione di energia elettrica, ereditato da un sistema produttivo alimentato da fonti fossili. L’illusione che l’atomo potesse sostituire carbone, olio e gas nell’alimentare mastodontici impianti di conversione del vapore, lasciando inalterata tutta l’ossatura logistica, tecnica, economica, finanziaria e financo sociale del sistema energetico oggi in vigore, viene a cadere, penso definitivamente. Non basterà la linea filonucleare di adottare sistemi ridondanti di sicurezza: un reattore a fissione è di fatto, nel suo funzionamento, un incidente latente controllato. Una macchina moderata fin che si vuole, ma caratterizzata da una così immensa e insostenibile densità energetica che, se viene liberata e scatenata per qualsiasi evento dovuto alla imprevedibilità della natura o alla pura quotidianità (fatta anche di errori umani, che non avvengono solo a Chernobyl o dentro la Tepco) produce effetti che distruggono irreparabilmente la vita e i cicli naturali, in una latitudine di tempo e spazio che travalica l’esperienza esistenziale di ciascuno e la stessa coscienza che l’umanità ha di se stessa.  Questa immagine del nucleare non si localizza solo nella sfera emotiva: anche l’economia reale si metterà di traverso. Costerà così tanto il kWh del nucleare “più sicuro” di ultima generazione, (quello dei PWR di Areva comprati da Berlusconi per intenderci), con ulteriori software e complicati circuiti e gravato da enormi investimenti ad altissimi tassi di interesse, da rendere assai più competitiva qualsiasi fonte rinnovabile. Perfino il fotovoltaico quando – non prima del 2020/2030 – le nuove centrali andranno in funzione, visto che le proiezioni al 2020 dell’Outlook 2010 dell’Amministrazione USA lo danno già alla pari.

Dove potrebbe portare allora il “ripensamento” che invoca anche l’Europa nuclearista? Verso la sostituzione dei reattori “vecchi” con i “nuovi”? Non credo proprio. L’unica possibilità reale è che si riducano i consumi, si aumenti l’efficienza, si fermino quanto prima tutte le centrali atomiche meno recenti e che ci si avvii verso quel 68% di rinnovabili sul mix elettrico al 2030, avanzato da Greenpeace International in un suo studio recente (Energy [R]evolution). Perchè ciò accada, bisogna eliminare carbone e nucleare, troppo poco flessibili e investire in una rete intelligente, capace di coordinare l’energia discontinua e da generazione distribuita delle varie fonti pulite, di gestire in maniera efficiente la domanda e di trasportare con perdite minime l’elettricità di impianti lontani dai centri di consumo, come le turbine eoliche in mare o il solare termodinamico. Così, ridurremmo la CO2, avremmo un’occupazione più stabile e qualificata ed eviteremmo di essere circondati da tante Fukushima potenziali, che sono tutti buoni a illustrare con una bacchetta alle lavagne di Porta a Porta, ma che nessuna tecnologia riesce a spegnere quando sfuggono di mano.