La cerimonia per i 150 anni dell'Unità d'Italia a Montecitorio

Italia unità sì, Italia unita no. La giornata di celebrazione per i 150 anni dell’Unità d’Italia si è trasformata in un botta e risposta tra esponenti della Lega Nord e sostenitori dell”indivisibilità del Paese”. A cominciare dalle dichiarazioni dell’europarlamentare Mario Borghezio questa mattina a Omnibus (“Il destino della storia porterà a due Italie. Il Belgio docet. Le esigenze della storia e dell’economia imporranno due nazioni. Gli italiani saranno i nostri migliori vicini di casa”), è stato un continuo rincorrersi di frasi e gesti a favore o contro le celebrazioni di oggi. “Noi preferiamo lavorare” è stato il motto con cui molti leghisti hanno giustificato le assenze agli eventi ufficiali che si sono svolti in tutta Italia. “L’alzabandiera mi fa venire in mente il fascismo”, ha detto il presidente del Consiglio regionale lombardo, Davide Boni. Anche nell’Aula di Montecitorio, dove si è svolta la cerimonia solenne alla presenza del capo dello Stato, hanno partecipato solo cinque leghisti: il leader Umberto Bossi, i ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli (che si è assentato subito dopo l’esecuzione dell’inno), il sottosegretario Sonia Viale e Sebastiano Fogliato, unico “deputato semplice” (è componente della Commissione Agricoltura di Montecitorio). Ma Bossi, Maroni e il sottosegretario Viale, pur presenti in Aula, non si sono mai uniti agli applausi che si sono levati per alcuni passaggi dell’intervento del presidente Giorgio Napolitano.

Il primo a prendere la parola è stato il presidente della Camera Gianfranco Fini che, pur non citando esplicitamente le polemiche leghiste, ha insistito sulle “ragioni del nostro essere italiani e del nostro stare insieme” che dovrebbero avere la meglio “sullo strisciante egoismo, geografico o sociale”. L’Italia unita e liberata non fu solo il risultato dell’azione politica e militare dei Savoia – ha detto Fini – ma il frutto di un movimento ideale e politico animato dall’amor di patria. Vivere e celebrare il 17 marzo come festa nazionale è un dovere civile per tutti gli italiani: dalla vetta d’Italia a Lampedusa”, ha dichiarato il presidente della Camera. ”Una patria di tutti e per tutti”. Il leader di Futuro e Libertà ha citato l’espressione di Giuseppe Mazzini per definire il concetto di patria in un’epoca segnata dai forti flussi migratori. La patria, ha detto Fini, deve essere in primo luogo “la patria dei giovani, del sapere, della scienza e della cultura”.

Breve intervento del presidente del Senato Renato Schifani che ha reso omaggio a Napolitano con queste parole: “A 150 anni dall’Unità d’Italia, il Paese si riconosce nelle parole e nell’esempio del primo cittadino, garante dei valori e dei rapporti costituzionali, rappresentante della Nazione, dei suoi principi, delle sue prospettive di crescita e sviluppo”. “Signor presidente – ha aggiunto Schifani – l’intera Nazione e i suoi cittadini hanno oggi un’unica voce nel suo messaggio al Parlamento, alle istituzione repubblicane, al popolo italiano”.

Con un ringraziamento corale “ai tanti che hanno raccolto l’appello a festeggiare e celebrare i 150 anni dell’Italia unita”, Giorgio Napolitano ha aperto il suo discorso a Montecitorio invitando tutti ad avere “motivi di orgoglio per quel che 150 anni fa nacque e si iniziò a costruire, motivi di fiducia nella tradizione di cui in quanto italiani siamo portatori”. Anche il capo dello Stato ha insistito sul concetto di “unità” del paese: ”Nella nostra storia e nella nostra visione la parola unità si sposa con altre: pluralità, diversità, solidarietà e sussidiarietà”. L’Italia reggerà alle prove che la attendono a condizione che si ritrovi “un forte cemento nazionale unitario”, vera “condizione della salvezza comune”. Napolitano ha criticato “cieche partigianerie” e “perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità” che hanno eroso il cemento unitario e ha incitato a ritrovare un sentimento unitario per superare le molte difficoltà del presente e del futuro: “Valgano le celebrazioni del Centocinquantenario a diffondere e approfondire tra gli italiani il senso della missione e dell’unità nazionale: come appare tanto più necessario quanto più lucidamente guardiamo al mondo che ci circonda, con le sue promesse di futuro migliore e più giusto e con le sue tante incognite, anche quelle misteriose e terribili che ci riserva la natura”. Per il Capo dello Stato “reggeremo – in questo gran mare aperto – alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. “Non so quando e come ciò accadrà – ha concluso Napolitano – confido che accada; convinciamoci tutti, nel profondo, che questa è ormai la condizione della salvezza comune, del comune progresso. Viva la Repubblica, viva l’Italia unita”.

Contrapposto l’atteggiamento dei rappresentanti di due Regioni autonome, il Friuli Venzia Giulia e il Trentino Alto Adige. ”Oggi è la festa di tutti e credo che sia importante essere a Roma. Io rappresenterò la nostra terra in questo giorno di festa”, ha detto il vicepresidente dell’Alto Adige Christian Tommasini conversando con i cronisti dopo l’alzabandiera svoltosi davanti al municipio di Bolzano. Alla cerimonia erano presenti molte autorità, ma mancavano esponenti di lingua tedesca. Sulle polemiche suscitate dal no del governatore Luis Dunrnwalder alle celebrazioni, Tommasini si è limitato a dire: “Oggi è un giorno di festa ed oggi le polemiche debbono essere superate”. Dal canto suo, Durnwalder ha usato il leit-motiv leghista: “Oggi lavoro”, ha dichiarato in mattinata incontrandosi con Pat Cox, coordinatore europeo dell’asse ferroviario Berlino-Palermo. I tre parlamentari della Lega Nord del Friuli Venezia Giulia – il senatore Mario Pittoni e i parlamentari Massimiliano Fedriga e Fulvio Follegot – non hanno partecipato alla cerimonia ufficiale a Roma. Il motivo?Tutti e tre sono rimasti al lavoro “sul territorio”. Fedriga per una serie di incontri politici nel triestino; Follegot e Pittoni nella sede del partito, “dove con le elezioni alle porte – hanno fatto sapere – c’è sempre molto da fare”.