La domanda adesso inizia a diventare insistente pur collocandosi ancora ai margini della tragedia. Nessuno è ancora in grado di sapere se Tokyo saprà scongiurare il disastro nucleare, né quale impatto potrebbe avere quest’ultimo nel malaugurato caso in cui si verificasse. Ma anche lasciando da parte la questione “atomica”, gli elementi del presente disastro sembrano più che sufficienti per alimentare i dubbi degli analisti di tutto il mondo. Per i quali l’economia nipponica si trasforma progressivamente in un enigma sempre più complicato. Un intreccio di domande che potrebbero essere riassunte in una sola: e se dopo il terremoto naturale si manifestasse anche quello finanziario? E’ possibile che una reazione a catena possa condurre alla bancarotta la terza (quasi seconda) economia del mondo?

Niente panico, almeno per ora, perché le nazioni, si sa, possono fallire ma non sono in grado di farlo da un giorno all’altro. Però una cosa è certa: le cifre sono preoccupanti anche se (ma forse, soprattutto, per il fatto che) sono ancora ipotetiche e attendibili solo in parte. I primi a cimentarsi con i numeri sono stati gli analisti di Barclays Capital che hanno stimato in 15.000 miliardi di yen il controvalore dei danni del disastro. In dollari fa circa 180 miliardi, più o meno la cifra della prima tranche di sostegno pubblico che la banca centrale di Tokyo ha deciso di stanziare per sostenere l’economia nazionale. Poi c’è il dato della borsa che, come prevedibile, ha reagito malissimo nei primi due giorni del dopo terremoto bruciando qualcosa come 626 miliardi di dollari. Nella giornata di mercoledì, però, l’indice di riferimento si è ripreso alla grande con un rialzo record di 5,68 punti percentuali. In attesa che la volatilità torni su livelli normali, insomma, fare ipotesi attendibili risulta particolarmente complicato.

Ma i dati degli scambi sui titoli e la tempestiva reazione della banca centrale non sono tutto. Almeno di fronte a quella che resta l’ipotesi peggiore: quella di un meccanismo che potrebbe essersi definitivamente ingolfato sotto il peso di contraddizioni e rischi complessivi che erano noti da tempo. L’idea si riassume più o meno così. Il debito pubblico del Giappone vale quasi un milione di miliardi di yen (11 mila miliardi di dollari), equivalenti a oltre il 225% del Pil. Un rapporto insostenibile per chiunque ma non per Tokyo, visto che il 95% delle obbligazioni statali è in mano a alle banche e ai risparmiatori locali e i tassi di interesse sono mantenuti a livello zero. Qualcuno ha parlato di “trappola della liquidità” ipotizzando che il sistema fosse destinato, un giorno, a crollare su se stesso. E il problema, oggi, è che secondo qualcun altro quel giorno potrebbe essere arrivato.

Michael T. Snyder, opinionista di Seeking Alpha, uno dei principali blog finanziari del mondo, ha individuato ben quattordici buoni motivi a sostegno dell’ipotesi default. In sintesi: i danni materiali sono incalcolabili, saranno necessari anni per realizzare la ricostruzione, il comparto energetico (elettricità, petrolio e nucleare) è al collasso e l’immissione di liquidità da parte della banca nazionale (che finanzierà l’operazione liquidando gli 880 miliardi di dollari di titoli del tesoro Usa posseduti), infine, genererà una spirale inflazionistica che renderà il debito insostenibile.

Tutto logico, in definitiva, anche se il mercato, ed è questa la notizia migliore, per il momento non sembra crederci molto. Il costo di protezione dalla bancarotta dei bond sovrani quinquennali (misurato sul valore dei credit default swaps) è salito di 24 punti base tra venerdì scorso e lunedì, date le circostanze un rialzo relativamente contenuto. Ieri, riferisce inoltre il Financial Times, Goldman Sachs ha confermato le previsioni di crescita del Pil giapponese, già fissate all’1,2% per il 2011. Altri, tra cui Bank of America, Ubs e Jp Morgan, hanno invece rivisto le stime, ma le correzioni la ribasso per ora oscillano tra lo 0,5 e lo 0,1%. Il tracollo, per ora, sembra ampiamente rimandato.